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Politica

Nuova legge elettorale: il governo pone la questione di fiducia. È una democrazia sana questa?

La domanda è più che legittima. La risposta è: formalmente siamo ancora dentro le regole della democrazia parlamentare; sul piano della qualità democratica, però, questa è una pratica molto discutibile e rappresenta un evidente impoverimento del confronto parlamentare.

La situazione attuale è particolarmente delicata: il governo ha posto la fiducia su tre articoli della nuova legge elettorale, mentre il voto finale è previsto per l’8 ottobre a scrutinio segreto. La Camera aveva già respinto le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni.

Perché il problema è serio

La questione di fiducia non è di per sé antidemocratica. È uno strumento previsto dall’ordinamento e tutti i governi italiani, di centrodestra e centrosinistra, lo hanno utilizzato.

Ma qui c’è una differenza politica importante.

Si sta usando la fiducia proprio sulla legge che stabilisce le regole con cui i cittadini eleggeranno il prossimo Parlamento.

E questo cambia enormemente la valutazione.

La fiducia comporta infatti che:

  • gli emendamenti vengono sostanzialmente sottratti alla discussione e alla votazione parlamentare;
  • i deputati della maggioranza sono chiamati a sostenere il governo, più che a discutere liberamente il merito della legge;
  • il rischio di un voto contrario viene trasformato in un problema di sopravvivenza dell’esecutivo;
  • soprattutto, si comprime il confronto con l’opposizione su una materia che dovrebbe essere il più possibile condivisa, perché riguarda le regole fondamentali della competizione politica.

Non è casuale che le opposizioni abbiano parlato di «schiaffo al Parlamento» e di forzatura.

C’è poi un elemento ancora più problematico

La legge arriva alla vigilia delle prossime elezioni politiche.

Questo, secondo me, è il punto politicamente più delicato.

Una maggioranza dispone certamente del diritto di approvare una legge elettorale se ha i numeri. Ma esiste una differenza enorme tra:

«Abbiamo la maggioranza e quindi approviamo la nostra legge»

e

«Abbiamo la maggioranza e modifichiamo le regole della competizione elettorale alla vigilia del voto, blindandole con la fiducia».

La seconda scelta può essere perfettamente legale, ma è molto più difficile da considerare una buona prassi democratica.

In una democrazia matura, le regole del gioco dovrebbero essere il più possibile condivise da chi gioca la partita, soprattutto quando il cambiamento avviene poco prima delle elezioni.

E c’è una contraddizione

Il governo sostiene implicitamente: la legge è importante, quindi dobbiamo evitare che venga affossata da franchi tiratori.

Ma proprio questa esigenza dimostra che esiste un problema politico.

Il voto finale sarà infatti segreto e le opposizioni lo hanno richiesto proprio per consentire ai parlamentari di votare senza la disciplina imposta dalla fiducia.

È quindi paradossale avere:

fiducia → disciplina di maggioranza → blindatura del testo → voto finale segreto.

La fiducia serve a impedire che la maggioranza si divida; il voto segreto permette invece che emerga eventualmente una divisione trasversale.

Il punto costituzionale, però, va distinto da quello politico

Senza una valutazione della Corte Costituzionale, non siamo propriamente davanti a una «legge antidemocratica».

Questo sarebbe troppo forte.

Diremmo invece qualcosa di più preciso:

una procedura può essere costituzionalmente legittima e contemporaneamente essere una cattiva pratica democratica.

La democrazia non consiste soltanto nel rispettare le procedure minime previste dalla Costituzione. Comprende anche pluralismo, confronto, trasparenza, possibilità effettiva per le minoranze di incidere e neutralità delle regole elettorali.

Ed è proprio sotto questo profilo che la vicenda merita attenzione.

Una valutazione può essere che:

se mettiamo insieme tre elementi:

  1. una nuova legge elettorale;
  2. approvata alla vigilia delle prossime politiche;
  3. blindata attraverso la questione di fiducia;

si dovrebbe parlare di un segnale preoccupante per la qualità della democrazia parlamentare italiana, non della fine della democrazia.

E si potrebbe aggiungere una quarta considerazione: una legge elettorale dovrebbe avere una legittimazione politica più ampia possibile proprio perché non è una legge ordinaria. Stabilisce chi può governare, come vengono trasformati i voti in seggi e, indirettamente, quali maggioranze parlamentari possono nascere.

Per questo l’idea — di non cambiare le regole elettorali nell’ultimo anno della legislatura e cercare un accordo maggioranza-opposizione — avrebbe una forte logica istituzionale.

Il vero rischio non è soltanto «chi vincerà con questa legge?». È qualcosa di più profondo:

se ogni maggioranza parlamentare può modificare le regole elettorali poco prima del voto, utilizzando la propria maggioranza e la fiducia per blindarle, quanto resta della neutralità delle regole democratiche?

Ed è questa, certamente, la domanda più importante che la vicenda dello Stabilicum pone oggi all’Italia.

7 ottobre 2026