Sabino Cassese ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera in cui, partendo da una critica più generale al modo di fare politica, arriva a una questione geopolitica decisiva: il rapporto futuro tra Europa e Russia. Soffia il vento pericoloso di una spirale di violenza. Oggi la domanda da porsi è: che situazione vogliamo, tra 10 anni, fra Europa e Russia?
Scrive Cassese: ”Un Rapporto della Sapienza parte da una constatazione severa: l’Italia è al 45° posto su 70 Paesi nella graduatoria della competitività del 2026, dieci posizioni sotto la media europea. Gli autori individuano dieci aree nelle quali intervenire e, significativamente, affidano idealmente il lavoro ai governi delle prossime quattro legislature. Vent’anni, non venti giorni”.
E prosegue: ”L’opinione pubblica italiana è dilaniata, a destra come a sinistra, da una questione grave: la tensione fra Europa Occidentale e Federazione Russa. Opposti argomenti su questa vanno ascoltati, in una discussione pacata e civile, senza tifo, polemiche, o ingiurie come «guerrafondaio», «filo-russo», o «putiniano». L’orizzonte è la domanda cosa vogliamo per il futuro del continente. Dove vogliamo essere tra 10 anni? Guerra aperta (nucleare o meno)? Guerra di attrito permanente? Drastica sconfitta della Russia? O di nuovo collaborazione economica e politica, come aveva cercato di realizzare la Germania di Schröder e Merkel, contro opposte spinte anglosassoni? Pace e collaborazione nel continente richiedono dare priorità alla distensione. Contro questo obiettivo sono sollevate obiezioni. Principalmente: un’ipotetica ambizione imperiale della Federazione Russa, la sua incarnazione nella guerra ibrida, e l’irrilevanza del rischio nucleare”.
Per concludere: ”Paura porta a demonizzare: il «nemico» è malizioso, folle, demoniaco. Non si deve ascoltarlo, comprenderne le paure. Chi ricorda che ragione, illuminismo e democrazia significano l’ascolto delle prospettive opposte, viene chiamato traditore, «filorusso», «putiniano», rimpiazzando discussione pacata con insulti. La questione non è chi sia buono e chi cattivo, se chinare la testa a diktat russi, oppure se la Russia debba chinare testa a nostri diktat. La questione è uscire dalla spirale di violenza in cui ci siamo stupidamente infilati, in cui, come due gorilla feroci, nessuno vuole fare un passo indietro e, come bambini cretini che litigano nel cortile di una scuola elementare, ciascuno accusa l’altro di avere cominciato. In un famoso discorso del 1963, Kennedy propose la visione della convivenza pacifica, piantando i semi per la collaborazione Usa-Urss che ha evitato l’olocausto nucleare. La scelta razionale non è «punire» o «rimettere al suo posto» la Russia. E ricostruire la coesistenza pacifica, senza temere di fare, come fece Kennedy, passi indietro. Un confine 10 km a Est o 10 km a Ovest ha poco effetto sulla vita delle persone ed è irrilevante rispetto a ciò che è in gioco: che centinaia di milioni di persone, dall’atlantico agli Urali, vivano in pace e prosperità. Paura, liquidare idee come propaganda, rifiutare compromessi, investire in armi, censurare la voce di altri Paesi, è l’opposto della saggezza. È accettare un rischio folle”.
Cassese denuncia innanzitutto una politica sempre più concentrata sul presente e sempre meno capace di progettare il futuro. La politica parla continuamente, commenta ogni evento, risponde ai sondaggi e interviene con bonus e provvedimenti immediati, ma trascura i problemi strutturali dell’Italia.
A dimostrarlo sono, secondo Cassese, due libri recenti dedicati alla pubblica amministrazione, alla previdenza, alle imprese e alla competitività. Il dato più significativo è che l’Italia nel 2026 si colloca al 45° posto su 70 Paesi per competitività, dieci posizioni sotto la media europea. Le riforme necessarie non possono quindi essere pensate per la durata di una legislatura o, peggio, per il consenso del momento: richiedono un orizzonte di vent’anni e il lavoro di più governi.
Il nodo Russia-Europa
Da qui Cassese passa al tema più controverso: la contrapposizione tra Europa e Russia. A suo giudizio, il dibattito pubblico è diventato troppo ideologico e aggressivo: chi mette in discussione la strategia occidentale rischia di essere definito «filorusso» o «putiniano», mentre chi sostiene una linea più dura viene accusato di essere «guerrafondaio».
Cassese invita invece a porsi una domanda diversa: che Europa vogliamo avere tra dieci anni e quale rapporto vogliamo avere con la Russia? Guerra aperta? Conflitto permanente? Sconfitta della Russia? Oppure una nuova fase di cooperazione?
La sua tesi è che l’obiettivo dovrebbe essere ricostruire progressivamente una convivenza pacifica, senza ignorare le responsabilità russe nell’invasione dell’Ucraina.
Le tre obiezioni alla distensione
Cassese affronta quindi tre argomenti utilizzati per giustificare una linea di crescente contrapposizione con Mosca.
- La presunta ambizione imperiale russa.
Cassese considera poco realistica l’idea che la Russia possa aspirare a dominare l’intera Europa, viste le sue dimensioni economiche e le difficoltà incontrate persino nella guerra contro l’Ucraina. Al tempo stesso, invita l’Occidente a comprendere le paure storiche russe, ricordando le invasioni subite dalla Russia e il peso della memoria della Seconda guerra mondiale. - La guerra ibrida russa.
Cassese non nega che Mosca utilizzi propaganda, operazioni clandestine e attacchi informatici. Ma sostiene che anche i Paesi occidentali conducano attività analoghe e soprattutto sottolinea l’asimmetria militare: oggi sono armi occidentali a colpire il territorio russo. Le esercitazioni NATO e le attività militari intorno a Kaliningrad possono quindi essere percepite da Mosca come una minaccia. - Il rischio nucleare.
È il punto più grave. Cassese ritiene pericoloso considerare improbabile l’uso dell’arma nucleare. La deterrenza ha funzionato dal 1945 proprio perché nessuno ha mai voluto mettere realmente alla prova la possibilità di una guerra nucleare. Per questo richiama la crisi di Cuba del 1962, quando Kennedy e Chruščëv riuscirono a evitare la catastrofe accettando entrambi dei compromessi.
La lezione della storia
Il cuore dell’editoriale è dunque il timore di una spirale di escalation: più paura produce demonizzazione del nemico; la demonizzazione rende più difficile ascoltarlo; il rifiuto del compromesso porta a un aumento delle armi e delle provocazioni; tutto ciò accresce ulteriormente la paura.
Cassese paragona questo meccanismo a quello che precedette le grandi tragedie europee del Novecento. Il punto non è stabilire chi sia «buono» o «cattivo», né imporre la propria volontà all’altro, ma evitare che la logica dello scontro renda irreversibile una situazione che potrebbe sfuggire di mano.
La conclusione
La proposta di Cassese è una politica fondata su lungimiranza, ascolto dell’avversario, compromesso e distensione. Come Kennedy nel 1963, invita a non chiedersi soltanto se «i russi siano pronti per la pace», ma anche se noi siamo pronti a fare il primo passo verso la pace.
In sostanza: l’editoriale contrappone la politica del consenso immediato alla politica della responsabilità di lungo periodo. E sostiene che, tanto per i problemi interni dell’Italia quanto per il rapporto con la Russia, la vera politica deve saper guardare a dieci o vent’anni, non alle prossime settimane o alle prossime elezioni.
7 ottobre 2026





