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Editoriali

La Corte dei Conti non fa sconti

Sabino Cassese ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale che analizza criticamente il comportamento della Corte dei conti nei confronti delle recenti riforme legislative.

Il nucleo del problema: le istituzioni come gruppi di pressione

Cassese apre l’articolo evidenziando un segno preoccupante della crisi dello Stato italiano: la tendenza di alcuni suoi organi a comportarsi come veri e propri gruppi di pressione privati (lobby) per influenzare il Parlamento e il governo.

Mentre l’influenza da parte di soggetti privati è fisiologica in democrazia, quando a farlo sono istituzioni pubbliche si creano tre gravi anomalie:

  1. Si usano ruoli e risorse pubbliche per difendere gli interessi del proprio corpo e non del Paese.
  2. Si inverte il rapporto corretto tra chi fa le leggi (il potere politico) e chi deve solo applicarle (l’amministrazione e i giudici).
  3. Si genera un conflitto di interessi, poiché molti magistrati di questi corpi lavorano anche come consulenti diretti del governo, finendo per opporsi alle leggi che lo stesso esecutivo propone.

Il caso della Corte dei conti

Questo fenomeno sta emergendo chiaramente con l’attuazione della prima legge dell’anno, riguardante la Corte dei conti. Pur definendo la legge “tutt’altro che perfetta” (perché insiste sul controllo preventivo, giudicato inutile, invece di rafforzare il controllo successivo sui risultati e sulla gestione del bilancio), Cassese ne spiega l’obiettivo: porre rimedio all’inazione e alla “paura della firma” degli amministratori pubblici. Questa paralisi è stata causata proprio dalla Corte dei conti, che ha interpretato il suo ruolo in modo aggressivo e imprevedibile, trasformando la responsabilità contabile in un pesante fardello.

Secondo l’autore, l’origine del problema risiede nella struttura stessa della Corte dei conti italiana:

  • È l’unico organismo di controllo al mondo composto quasi interamente da giuristi e privo di economisti, statistici o tecnici della gestione del debito.
  • Una parte consistente dei suoi membri è convinta che la gestione dell’economia pubblica si possa fare attraverso processi e logiche di tipo penale/accusatorio. In passato, la stessa Corte ha persino sterilizzato una norma del Parlamento che la obbligava a reclutare economisti tramite concorso.

La strategia di resistenza e il “populismo giudiziario”

Ora che la legge è in vigore, una parte significativa dei magistrati contabili ha avviato un’azione coordinata per svuotarla di contenuto, muovendosi su tre fronti:

  1. Chiedendo di partecipare alla stesura dei decreti delegati attuativi.
  2. Sollevando dubbi di costituzionalità davanti alla Corte Costituzionale.
  3. Disapplicando alcune norme con il pretesto di un presunto contrasto con il diritto europeo.

A questo si aggiunge una forte attività di propaganda interna (articoli, convegni, libri) per difendere l’idea che la Corte debba agire come una sorta di “pubblico ministero al servizio dei cittadini”.

Le conclusioni e i rischi per lo Stato

Autoproclamandosi “coscienza finanziaria dello Stato”, molti consiglieri della Corte inseguono ambizioni personali di potere e condizionano le scelte politiche, dimenticando che il loro ruolo istituzionale dovrebbe essere quello di supportare il Parlamento, non di sabotarne le leggi.

In conclusione, Cassese solleva interrogativi profondi: questo approccio accusatorio migliora davvero la spesa pubblica o finisce solo per paralizzare e rendere più costosa l’azione dello Stato? L’autore paventa il rischio di una deriva verso un “populismo giudiziario” e una giustizia arbitraria, ammonendo che se gli organi statali continuano ad attaccare le leggi per difendere i propri interessi corporativi, lo Stato rischia di ridursi in frantumi.

29 maggio 2026