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Editoriali

Il presidente americano ha oggi più poteri, ma la sua credibilità internazionale si consuma

Gianraffaele Percannella ha pubblicato su Il Foglio un editoriale nel quale scrive della senteza della Corte Suprema degli Stati Uniti su alcune questioni vitali per l’amministrazione Trump.

Sostiene Percannela: ”La Corte suprema ha consegnato a Donald Trump il controllo diretto di oltre venti agenzie esecutive indipendenti. Lo ha fatto demolendo, con una sentenza 6-3, il precedente del 1935 che per novant’anni le aveva protette dal licenziamento politico arbitrario. E’ probabilmente la più ampia concentrazione di potere presidenziale formale dagli anni Trenta. La sentenza riguardava la rimozione di una commissaria dell’autorità antitrust, ma la sua portata si estende a tutti i regolatori finanziari, nucleari e del lavoro. Il presidente può ora rimuoverne i vertici senza dover dimostrare alcuna causa”.

E prosegue: ”Per capire perché questa sentenza interessa anche Teheran e Pechino, e non solo Washington, bisogna ricordare un fatto spesso trascurato nel dibattito interno americano: oggi il principale strumento della potenza americana non è soltanto quello militare, ma la prevedibilità delle sue decisioni economiche e regolatorie. Mettere nelle mani di un solo uomo la discrezionalità su chi vince e chi perde tra i regolatori finanziari e tecnologici, mentre quegli stessi regolatori decidono il destino di settori strategici come l’intelligenza artificiale significa toccare una leva che altri paesi osservano con la stessa attenzione con cui osservano i movimenti delle portaerei. I mercati reagiscono ormai in tempo reale agli annunci geopolitici, ed è per questo che un’amministrazione capace di controllare entrambe le leve, quella regolatoria e quella diplomatica, dispone di uno strumento di influenza difficilmente separabile dalla politica estera”.

Continua Percannella: ”Il dato politico più rilevante non riguarda i dettagli tecnici dell’accordo, ma cosa Teheran ha imparato dalla guerra che lo ha preceduto. Avere l’esercito più potente del mondo non garantisce automaticamente la capacità di cambiare la politica di uno stato più piccolo. Il regime iraniano è uscito dalla campagna militare con la leadership decapitata e l’arsenale balistico danneggiato. Ma con la convinzione di aver misurato il limite politico, non la capacità teorica, della determinazione americana. Washington ha fermato l’escalation prima di ottenere concessioni nucleari verificabili, che restano l’obiettivo dichiarato dei negoziati. Ogni futura minaccia militare americana dovrà fare i conti con quel dato acquisito”.

Il tema centrale. L’articolo analizza il contrasto tra l’enorme espansione del potere interno del presidente americano e il simultaneo declino della sua affidabilità strategica e credibilità a livello internazionale, un fenomeno sotto la lente sia degli alleati sia degli avversari (come Iran e Cina).

La sentenza della Corte Suprema e i poteri domestici. Il 29 giugno 2026, la Corte Suprema ha emesso due decisioni cruciali:

  1. Controllo sulle agenzie indipendenti: con una storica sentenza (voto 6-3) che demolisce un precedente del 1935, la Corte ha concesso a Donald Trump il controllo diretto su oltre venti agenzie esecutive indipendenti (regolatori finanziari, nucleari, del lavoro e antitrust). Il presidente può ora licenziarne i vertici in modo arbitrario e senza giusta causa, realizzando la più grande concentrazione di potere presidenziale formale dagli anni Trenta.
  2. Il limite della Federal Reserve: lo stesso giorno, la Corte ha però impedito la rimozione di Lisa Cook dalla guida della Fed. Il presidente della Corte, John Roberts, ha chiarito che l’indipendenza (anche solo apparente) della Banca centrale è intoccabile poiché necessaria alla stabilità del debito americano. Ciò lancia un segnale ai mercati: il potere presidenziale si ferma davanti alla credibilità finanziaria del Paese.

L’impatto geopolitico ed economico. Oggi la potenza statunitense non si misura solo con le forze militari, ma anche con la prevedibilità delle sue decisioni economiche e regolatorie (ad esempio in settori strategici come l’intelligenza artificiale). Concentrare tale discrezionalità nelle mani di un solo uomo unisce la leva regolatoria a quella diplomatica, trasformandola in uno strumento di influenza globale che i mercati finanziari (come il Nasdaq) reagiscono a monitorare in tempo reale. Tuttavia, affinché un esecutivo così forte sia credibile, serve una coerenza nel tempo che attualmente manca, come dimostrano due importanti dossier esteri:

  • Il dossier Iran: dopo 109 giorni di guerra aperta si è giunti a un memorandum d’intesa in Svizzera (17 giugno), descritto come un “accordo dei costretti” nato da uno stallo. Gli Stati Uniti hanno allentato provvisoriamente e unilateralmente le sanzioni sul petrolio per 60 giorni, senza il supporto di UE e Regno Unito. Il dato politico è che Teheran, pur con un arsenale danneggiato e i vertici decapitati, ha capito il limite della determinazione politica americana: Washington ha fermato l’escalation prima di ottenere concessioni nucleari verificabili, riducendo l’efficacia delle sue future minacce militari.
  • Il dossier Taiwan: Xi Jinping ha abbandonato l’idea di un’invasione anfibia per optare per una strategia di erosione graduale della deterrenza americana. Durante il vertice di Pechino a maggio, l’amministrazione USA ha usato un pacchetto di aiuti militari a Taipei da 14 miliardi di dollari come moneta di scambio negoziale con la Cina e ha ripreso retoriche gradite a Pechino, normalizzando il principio che la Cina abbia voce in capitolo sulle difese di Taiwan. Di conseguenza, la fiducia dei cittadini di Taiwan nell’affidabilità degli Stati Uniti è crollata al 34% nel 2026 (10 punti in meno in cinque anni), minando la volontà dell’isola di finanziare autonomamente costosi programmi di difesa asimmetrica.

In conclusione. La giornata del 29 giugno fotografa perfettamente questa contraddizione: mentre la Corte Suprema aumenta il potere giuridico del presidente, le debolezze politiche (come la contemporanea incapacità di superare il filibuster al Senato sulla legge elettorale) e l’incoerenza all’estero ne consumano la credibilità. Chiunque succederà a questa presidenza erediterà poteri domestici enormemente espansi, ma anche un capitale di fiducia internazionale pesantemente logorato.

1 luglio 2026