Il prof. Sabino Cassese ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera nel quale sostiene che la Costituzione italiana viene spesso invocata come bandiera politica, soprattutto da alcune forze che si proclamano sue custodi, ma non venga realmente attuata. L’appello alla Carta diventa così un alibi: serve a mascherare l’assenza di programmi concreti, l’incapacità di spiegare le proprie scelte o la difficoltà di trovare accordi politici.
Afferma Cassese: ”L’accesso di un rappresentante di una forza politica maggioritaria in Parlamento alla presidenza della Repubblica produrrebbe un «continuum» maggioranza popolare – maggioranza parlamentare — governo — presidente della Repubblica, e potrebbe di fatto trasformare la Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale. È un’ipotesi che fu considerata da un grande giurista socialista in una lunga lettera del 15 dicembre 1958 a Giovanni Gronchi, allora presidente della Repubblica, in termini adesivi. Ma il partito di maggioranza relativa che ha dominato la politica italiana almeno fino al 1994, ha quasi sempre avuto la saggezza di inviare al Quirinale appartenenti ad altri partiti, come De Nicola, Einaudi, Saragat, Pertini, oppure persone che, pur appartenendo alla Democrazia cristiana, non facevano parte della corrente più importante di quel partito, come Gronchi, Leone, Cossiga, Scalfaro”.
E prosegue: ”La Costituzione prevede che possa essere presidente della Repubblica qualunque cittadino italiano che abbia superato i cinquant’anni, goda dei diritti civili e politici ed abbia la maggioranza di due terzi del Parlamento in seduta comune, integrato da 3 rappresentanti delle regioni (e, dalla quarta votazione, la maggioranza assoluta). La Costituzione inoltre stabilisce il principio di eguaglianza, cioè che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
L’autore osserva che la Costituzione italiana, pur essendo stabile e longeva, presenta numerose promesse rimaste inattuate o solo parzialmente realizzate: dalla parità di genere al diritto di asilo, dal diritto allo studio fondato sul merito alla funzione rieducativa della pena, dall’organizzazione democratica dei sindacati all’accesso ai pubblici uffici tramite concorso. Cassese sottolinea l’incoerenza di chi oggi si richiama alla Costituzione ma non si è impegnato, quando governava, a renderla effettiva né propone ora leggi di attuazione.
Una seconda parte dell’editoriale affronta il dibattito sull’elezione del Presidente della Repubblica. Cassese ricorda che, secondo la Costituzione e il principio di eguaglianza, qualsiasi cittadino in possesso dei requisiti può accedere al Quirinale, indipendentemente dall’orientamento politico. Mettere in dubbio questa possibilità significa negare un principio elementare dello Stato costituzionale.
L’autore riconosce che esiste una preoccupazione teorica: il rischio di un “continuum” tra maggioranza elettorale, governo e Presidenza della Repubblica. Tuttavia, la storia repubblicana dimostra che le forze politiche hanno spesso scelto figure di garanzia, evitando forzature istituzionali.
Cassese critica infine il sistema delle nomine politiche e il progressivo abbandono del principio del merito nella pubblica amministrazione, chiedendosi perché nessuno abbia seriamente tentato di ristabilire quanto previsto dalla Costituzione. Conclude denunciando la povertà del dibattito pubblico attuale, ridotto alla delegittimazione dell’avversario, che allontana sempre più la politica dal Paese reale.
6 luglio 2026





