Il centrodestra vince a Reggio Calabria e Vannacci non sfonda. Meloni supera lo scoglio calabrese. Il centrosinistra deve fare scelte e cambiare passo. In pochi ai seggi. L’astensionismo ci consente di osservare una geografia realistica, all’osso, di come saranno le cose ai nastri di partenza delle elezioni politiche.
Paolo Mieli legge il risultato delle suppletive di Reggio Calabria come un piccolo, ma significativo anticipo della situazione politica con cui i partiti potrebbero presentarsi alle prossime elezioni politiche.
Scrive Mieli: ”Il risultato delle elezioni suppletive di Reggio Calabria ci dice che Giorgia Meloni può dormire sonni relativamente tranquilli. Sottolineiamo: relativamente. A dispetto di un’economia tenuta faticosamente a bada in un contesto mondiale di guerra (ibrida e non) e nonostante qualche magra figura, al momento del voto un pezzettino d’Italia vera — che non è quella dei sondaggi — non l’ha sfiduciata. E soprattutto non ha incoraggiato Roberto Vannacci che, secondo i più, avrebbe dovuto mettere in crisi lo schieramento meloniano. Certo, Meloni giocava in casa, cioè in un’area geografica che era già sua. Ma la leader del centrodestra non poteva sentirsi sicura: ai tempi del referendum sulla magistratura quella stessa area geografica le aveva riservato qualche delusione. Ragion per cui giaceva in agguato una sorpresa per lei poco gradevole”.
E prosegue: ”C’è da dire qualcosa a proposito dell’astensionismo. Accantonate le tradizionali lamentazioni (alle quali ci associamo), le dimensioni del non voto ci raccontano di un’Italia dove si recano alle urne solo i pochissimi motivati, un quarto circa degli aventi diritto. Altro che Sassonia o Lombardia del ‘92. Le forze in campo, tutte, sono in grado di trascinare nelle cabine elettorali pochissima gente. E qui ogni partito ha da dire a se stesso qualcosa di veritiero. Ma un vantaggio c’è: l’astensionismo ci consente di osservare una geografia realistica, all’osso, di come saranno le cose ai nastri di partenza delle prossime elezioni politiche. Si inizierà la corsa da una piattaforma dove il centrodestra (come lo inventò Silvio Berlusconi nel 1994) gode di un vantaggio ormai più che trentennale sul centrosinistra. Vantaggio che fenomeni improvvisati come quello dell’ex generale possono sì mettere a rischio ma senza tradursi automaticamente in un trionfo degli eredi di Romano Prodi. Per essere chiari: la scissione vannacciana non può essere neanche lontanamente paragonata alla divisione tra Lega e Forza Italia (più Alleanza nazionale) che nel 1996 provocò la vittoria dell’ex presidente dell’Iri”.
- Meloni supera la prova senza essere realmente insidiata. Il centrodestra mantiene il seggio nonostante le difficoltà economiche e alcune recenti difficoltà politiche del governo. Mieli parla però di una tranquillità solo «relativa»: il risultato conferma il vantaggio del centrodestra, ma non costituisce una prova generale delle elezioni nazionali.
- Vannacci non sfonda. La candidatura di Domenico Giannetta, sostenuto da Roberto Vannacci, era potenzialmente insidiosa perché proveniva dall’area di Forza Italia. Secondo Mieli, però, un movimento politico non nasce dal semplice trasferimento di dirigenti e candidati. La Lega delle origini e l’AfD hanno costruito per anni una presenza territoriale prima di ottenere grandi risultati. Il fenomeno vannacciano, invece, appare ancora troppo improvvisato e privo di quelle radici territoriali.
- Il centrosinistra non riesce a mobilitare l’elettorato. Frank Benedetto era un candidato credibile e conosciuto, ma il centrosinistra non disponeva in Calabria di una personalità capace di produrre una mobilitazione eccezionale. Mieli ritiene quindi che anche candidati di maggiore peso nazionale, come Conte, Schlein o Silvia Salis, difficilmente avrebbero modificato sostanzialmente l’esito.
- Il dato più importante è forse l’astensione. A votare è andata soltanto una minoranza molto ridotta degli aventi diritto, composta soprattutto dagli elettori più motivati. Mieli considera questo dato negativo per tutti i partiti, perché dimostra la loro difficoltà a portare gli italiani alle urne. Al tempo stesso, sostiene che proprio il voto di una minoranza molto motivata permette di vedere la «geografia politica all’osso» del Paese.
- Il centrodestra conserva quindi un vantaggio strutturale. Mieli lo fa risalire alla nascita del centrodestra berlusconiano nel 1994: il vantaggio sul centrosinistra dura da oltre trent’anni. La presenza di Vannacci può creare problemi alla coalizione, ma non equivale alla frattura Lega-Forza Italia che nel 1996 contribuì alla vittoria dell’Ulivo di Romano Prodi.
- Il vero problema, secondo Mieli, è ora il centrosinistra. Dopo mesi di discussioni interne seguite al referendum del marzo scorso, dovrebbe arrivare rapidamente a decisioni su programma, leadership e candidati. L’obiettivo sarebbe consentire al possibile sfidante di Meloni di avere almeno sei mesi per farsi conoscere dagli elettori.
Il punto centrale
La tesi di Mieli è dunque abbastanza netta: le suppletive non dimostrano che Meloni abbia già vinto le prossime elezioni, ma mostrano che il centrodestra parte ancora davanti e che né Vannacci né l’attuale centrosinistra hanno finora prodotto una forza capace di alterare significativamente questo equilibrio.
E c’è un elemento che rende il quadro più problematico per tutti: l’astensionismo di massa. Il risultato di Reggio Calabria rappresenta quindi, più che un referendum sul governo Meloni, una fotografia molto ristretta dell’elettorato politicamente mobilitato.
29 settemre 2026





