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Scienza & Tecnologia

L’intelligenza artificiale in classe. Entusiasmo e dubbi degli studenti

Elena Chioda ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo nel quale presenta i risultati dell’indagine SWG «L’Ai che reinventa la scuola», condotta su 796 studenti di 13 istituti coinvolti in sperimentazioni sull’intelligenza artificiale. Il quadro che emerge è ambivalente: gli studenti vedono nell’Ai uno strumento utile, ma temono che possa indebolire proprio le capacità che la scuola dovrebbe sviluppare, a partire dal ragionamento autonomo.

Scrive Chioda: ”Partiamo da un dato. Fuori dalla classe, l’intelligenza artificiale è già parte della vita degli studenti. Quasi tutti la usano: solo il 6% dichiara di non ricorrere mai all’ai per studiare o fare i compiti. Uno su tre (32%) lo fa spesso e per il 13% è parte integrante del proprio metodo di studio. Alle superiori l’uso frequente sale al 41%, alle medie scende al 22%. «Nelle classi sperimentali non si verifica, come ci aspettavamo, un aumento d’uso. Anzi, l’utilizzo diventa più consapevole, più critico e finalizzato» aggiunge Scalcon”.

E prosegue: ”Gli studenti la immaginano più appassionante e meno teorica. Con una richiesta: due su tre (67%) vogliono che valorizzi di più l’originalità e le idee divergenti. Ma quasi sei su dieci (57%) pensano che si studierà meno e il 52% che si ragionerà meno. Resta una questione aperta e tocca il senso dello studio. Metà degli studenti teme che con L’AI il merito diventi più difficile da riconoscere, scoraggiando chi si impegna. E il dubbio di non imparare davvero non è solo loro: uno studio del MIT Media Lab, che ha fatto discutere, ha osservato che chi scrive saggi con CHATGPT mostra un’attività cerebrale meno attiva e fatica a ricordare quello che ha appena scritto. Ed è la domanda da cui siamo partiti: se imparare diventa più facile, come si dimostra di aver imparato davvero?”

  • L’Ai è ormai entrata nello studio quotidiano: solo il 6% degli studenti dice di non utilizzarla mai. L’uso è maggiore alle superiori (41% la utilizza spesso) rispetto alle medie (22%).
  • Nelle classi che la sperimentano, però, non aumenta semplicemente l’uso dell’Ai: diventa più consapevole e critico, soprattutto come strumento per comprendere concetti difficili.
  • I vantaggi percepiti sono significativi: il 63% si sente più sicuro quando non comprende qualcosa, il 54% si appassiona maggiormente alle materie e il 45% trova più coraggio per fare domande.
  • Ma emergono anche dubbi importanti: il 46% si chiede se stia imparando davvero, mentre il 34% ha evitato di intervenire in classe per paura di apparire poco intelligente «a causa dell’Ai».
  • La preoccupazione più forte riguarda la perdita della capacità di ragionare: il 52% pensa che, con una presenza crescente dell’Ai nella scuola, si finirà per ragionare meno. Il timore è particolarmente accentuato tra gli studenti più giovani.
  • Per gli studenti, la competenza fondamentale nell’era dell’Ai non è più soprattutto memorizzare, ma saper ragionare autonomamente, porsi domande, utilizzare correttamente gli strumenti digitali e verificare l’affidabilità delle informazioni.
  • Anche il ruolo dell’insegnante cambia: gli studenti lo vedono sempre più come una guida al pensiero critico, quasi un «coach» capace di aiutarli a ragionare con la propria testa, più che come semplice trasmettitore di contenuti.
  • L’Ai potrebbe rendere la scuola più interessante, meno teorica e più aperta all’originalità: il 67% chiede infatti maggiore valorizzazione delle idee originali e divergenti.
  • Contemporaneamente, il 57% pensa che si studierà meno e il 52% che si ragionerà meno. Inoltre, circa la metà teme che l’Ai renda più difficile distinguere il merito di chi si impegna veramente.

Il punto centrale dell’articolo

La questione sollevata da Chioda va quindi ben oltre il semplice «Ai sì/Ai no». Se l’intelligenza artificiale rende molto più facile arrivare alla risposta, come possiamo sapere se lo studente ha realmente acquisito la conoscenza e sviluppato il ragionamento necessario per arrivarci?

È questo il vero paradosso: l’Ai può aiutare lo studente a superare le difficoltà, aumentare la curiosità e favorire le domande, ma può anche diventare una scorciatoia che sostituisce il processo mentale necessario per imparare.

L’articolo segnala infine anche uno studio del MIT Media Lab, secondo cui studenti che utilizzavano ChatGPT per scrivere saggi mostravano minore attività cerebrale e maggiore difficoltà nel ricordare ciò che avevano scritto. Questo dato viene presentato come elemento di discussione, non come conclusione definitiva sul rapporto tra Ai e apprendimento.

In sostanza: la sfida della scuola non sarà impedire agli studenti di usare l’Ai, ormai impossibile, ma insegnare loro a usarla senza permettere che l’Ai pensi al posto loro.

29 settembre 2026