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Esteri

L’Onu è morta e va radicalmente cambiata 2

L’Assemblea delle Nazioni Unite dovrebbe essere l’appuntamento più importante del mondo dove si confrontano i Grandi della Terra per affrontare gli sconquassi che la deligittimazione degli organismi internazionali, in primis proprio l’Onu (vedi i discorsi di Trump, Milei e Netanyahu) e il Tribunale Internazione dell’Aja, ha posto in manifesdta evidenza. La crisi sembra irreversibile, perchè, a mio avviso, mancano personalità in grado di assolvere questo gigantesco compito. Si è anche alla vigilia della nomina del prosssimo segretario generale, spendo un po` tutti che il primo nodo da sciogliere dovrebbe essere questo: l’eliminazione del diritto di veto caro a Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia, ormai anacronistico, che impedisce l’adozione di risoluzioni efficaci e che potrebbero portare ad una clima di una pace vera e non fasulla.

Proviamo a fare un esercizio non tanto utopico quanto istituzionalmente realistico: immaginare quale riforma potrebbe essere abbastanza ambiziosa da cambiare davvero l’ONU, ma abbastanza graduale da avere qualche possibilità di essere accettata.

E si potrebbe partire da una premessa: non crediamo che l’obiettivo debba essere un’ONU che governi il mondo. Dovrebbe essere un’ONU capace di impedire che il mondo venga governato esclusivamente dai rapporti di forza.

Un’ONU del 2030: cinque riforme

1. Un Consiglio di sicurezza di 15+10

Oggi il Consiglio ha 15 membri: 5 permanenti con veto e 10 eletti per due anni.

lo si potrebbe portare a 25 membri:

  • 5 permanenti attuali;
  • 6 nuovi membri permanenti, scelti in modo da rappresentare meglio Africa, Asia, America Latina e altre aree oggi sottorappresentate;
  • 14 membri non permanenti, eletti dall’Assemblea generale.

È importante sottolineare che questa è una proposta, non una previsione: l’attuale negoziato ONU sta effettivamente discutendo sia l’allargamento del Consiglio sia le categorie di appartenenza, la rappresentanza regionale e il veto.

Ma bisognerebbe evitare di creare una categoria di “quasi permanenti”: se uno Stato deve avere responsabilità permanente nella sicurezza internazionale, prima o poi bisogna affrontare anche la questione dei suoi diritti.


2. Il veto non abolito subito, ma trasformato

Questa sarebbe la parte più rivoluzionaria.

Non chiederei inizialmente ai cinque grandi di rinunciare completamente al veto: sappiamo che una riforma della Carta richiede anche la ratifica dei membri permanenti.

Proporrei invece tre gradini.

Primo gradino: il veto non può essere segreto

Ogni veto dovrebbe obbligatoriamente essere accompagnato da una motivazione scritta e pubblica.

Il mondo dovrebbe sapere non soltanto chi ha bloccato una risoluzione, ma perché.

Secondo gradino: doppio veto

Un singolo membro permanente non dovrebbe più poter bloccare una decisione da solo.

Servirebbero almeno due veti concordanti.

È una modifica enorme: non elimina il privilegio, ma impedisce che la volontà di una sola potenza diventi automaticamente la volontà dell’intero Consiglio.

Terzo gradino: il veto non dovrebbe valere nei casi di atrocità di massa

Qui esistono già iniziative diplomatiche in questa direzione, tra cui quella franco-messicana e il Code of Conduct promosso dal gruppo ACT. Nel dibattito del 2026 alcuni Stati stanno proponendo proprio forme di limitazione del veto, mentre altri discutono soluzioni transitorie per i nuovi membri permanenti. EEStatements

Il principio sarebbe:

genocidio, crimini contro l’umanità, pulizia etnica e gravi violazioni del diritto umanitario non possono diventare materia di contrattazione geopolitica.

Naturalmente rimarrebbe il problema di chi certifica che una situazione abbia raggiunto quella soglia. Ma è un problema istituzionale affrontabile: si potrebbe attribuire una valutazione preliminare indipendente a organismi giuridici e investigativi internazionali.


3. La vera rivoluzione: dare un “secondo tempo” all’Assemblea generale

Questa sarebbe forse la modifica più importante.

Immaginiamo che il Consiglio di sicurezza voti:

NO, perché uno o più membri permanenti esercitano il veto.

La questione non dovrebbe finire lì.

Dovrebbe automaticamente passare all’Assemblea generale entro, diciamo, 72 ore.

L’Assemblea potrebbe allora approvare, con una maggioranza qualificata — per esempio due terzi degli Stati — una risoluzione di emergenza.

Non necessariamente con lo stesso potere coercitivo di una decisione del Consiglio di sicurezza, perché qui entriamo in un terreno giuridico molto delicato.

Ma avrebbe un’enorme forza politica, diplomatica e morale.

E soprattutto impedirebbe che:

1 Stato → veto → fine della discussione.

Il sistema diventerebbe:

Consiglio → veto → Assemblea generale → voto del mondo.

È interessante perché non sarebbe completamente estraneo alla storia dell’ONU: esiste già la procedura “Uniting for Peace”, nata proprio per consentire all’Assemblea di intervenire quando il Consiglio è paralizzato. Inoltre, nel 2025-26 l’Assemblea ha continuato a discutere proprio come rafforzare gli strumenti disponibili quando il Consiglio non riesce ad agire.


4. Un Segretario generale molto più forte

Qui tocchiamo il punto che sollevavi nella tua domanda precedente.

Il Segretario generale dovrebbe smettere di essere percepito come una specie di alto funzionario internazionale e diventare molto più chiaramente il mediatore politico permanente del pianeta.

Non un “presidente del mondo”, naturalmente.

Ma dovrebbe avere:

  • maggiore autonomia diplomatica;
  • una squadra di mediatori internazionali indipendenti;
  • la possibilità di convocare automaticamente le parti di un conflitto;
  • un mandato esplicito per proporre piani di cessate il fuoco;
  • un sistema permanente di prevenzione dei conflitti;
  • un rapporto annuale al mondo sullo stato della pace e della sicurezza internazionale.

E soprattutto cambierei il modo in cui viene scelto.

Il processo attuale per il decimo Segretario generale è diventato più trasparente: sono state rese pubbliche candidature, curriculum, dichiarazioni programmatiche e finanziamenti delle campagne, e nel luglio 2026 si è tenuto persino un Town Hall pubblico con i candidati.

È un passo interessante.

Io andrei molto più avanti:

dibattito pubblico obbligatorio tra i candidati davanti all’Assemblea generale e voto finale dell’Assemblea, dopo una rosa ristretta concordata dal Consiglio.

Il Consiglio dovrebbe proporre; l’Assemblea dovrebbe scegliere.


5. E qui arriviamo alla questione decisiva: chi controlla i controllori?

Perché c’è un problema che spesso sfugge quando si parla di riforma dell’ONU.

Se vogliamo un’organizzazione internazionale più forte, dobbiamo contemporaneamente renderla più democratica e più responsabile.

Perciò bisognerebbe introdurre un meccanismo di controllo:

Assemblea generale → Consiglio di sicurezza → Segretario generale → Corte internazionale di giustizia

ognuno con poteri diversi e nessuno completamente autonomo.

E soprattutto rafforzerei enormemente la Corte internazionale di giustizia.

Non perché debba diventare una specie di “Suprema Corte del mondo”, ma perché il diritto internazionale non può essere credibile se la sua applicazione dipende continuamente dalla volontà politica degli Stati più potenti.


Ma c’è un punto sul quale occorrebbe essere ancora più radicali

Il problema non è soltanto che esiste il diritto di veto.

Il problema è che il veto appartiene a cinque Stati scelti nel 1945.

E quindi la vera domanda del XXI secolo dovrebbe essere:

Perché l’ordine internazionale del 2026 dovrebbe continuare a riflettere l’equilibrio di potenza del 1945?

Questa è la domanda alla quale l’ONU dovrebbe avere il coraggio di rispondere.

L’attuale processo di riforma, infatti, è ancora in corso: nel giugno 2026 l’Assemblea ha continuato i negoziati intergovernativi e nel luglio è stato predisposto un ulteriore testo sui punti di convergenza e divergenza. Ma il negoziato procede da anni e non ha ancora prodotto una riforma strutturale.


E allora bisognerebbe proporre una sorta di “Patto di New York 2030”

Un nuovo accordo politico, possibilmente approvato in occasione dell’80º anniversario dell’ONU, articolato in cinque principi:

1. Nessuna grande potenza può paralizzare da sola il sistema di sicurezza collettiva.

2. Nessuna regione del mondo può essere esclusa stabilmente dalle decisioni sulla sicurezza internazionale.

3. Le atrocità di massa non possono essere protette dal veto.

4. Quando il Consiglio di sicurezza è paralizzato, l’Assemblea generale deve poter assumere una funzione politica sostitutiva.

5. Il Segretario generale deve rispondere all’intera comunità internazionale, non soltanto alle cinque grandi potenze.

Questa potrebbe essere una trasformazione molto più significativa della semplice abolizione del veto.


E c’è un’ultima cosa particolarmente importante

Tu hai parlato di “pace vera e non fasulla”.

Qui bisogna fare una distinzione fondamentale.

L’ONU non può garantire la pace semplicemente approvando risoluzioni.

Una pace è stabile quando esistono contemporaneamente:

cessate il fuoco + negoziato politico + garanzie internazionali + ricostruzione + giustizia + sicurezza per entrambe le parti.

Altrimenti si congela semplicemente il conflitto.

Per questo una futura ONU dovrebbe avere anche una Autorità internazionale per la prevenzione e la ricostruzione dei conflitti, capace di intervenire non soltanto dopo la guerra, ma molto prima.

In altre parole, bisognerebbe spostare il baricentro dell’ONU:

da “gestire le guerre” a “prevenire le guerre”.

E forse questa sarebbe la vera rifondazione.

La mia proposta, in una frase

Non un’ONU più potente perché ha più potere, ma un’ONU più potente perché il potere è distribuito, controllato e sottoposto al diritto.

E qui si apre una questione ancora più affascinante: quanto è realistico tutto questo? Perché possiamo costruire sulla carta la riforma più bella del mondo, ma poi arriviamo inevitabilmente a Trump, Putin, Xi, ai governi europei, all’India, al Brasile, all’Africa e alle altre potenze regionali.

28 settembre 2026

2 Continua