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Esteri

Giovane e concupita. L’Africa sfrutta la rivalità tra le grandi potenze

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale scrive della questione africana. L’Africa conta ben 54 Stati, duemila gruppi etnici, deserti e foreste tropicali, giganti demografici e piccoli arcipelaghi, monarchie, democrazie, regimi militari, economie industriali e società ancora pastorali. Parlare dell’«Africa» come di un unico Paese è il primo errore. Il secondo errore è guardarla solo attraverso le tragedie. Nei nostri notiziari compare quando ci sono guerre civili, carestie, golpe, epidemie, un barcone nel Mediterraneo, o la crisi di Ceuta. Le buone notizie non interessano. Gli eventi normali — un’elezione pacifica, un’impresa che cresce, una nuova infrastruttura, una città che si modernizza — non catturano l’attenzione occidentale.

Scrive Rampini: ”Il colonialismo europeo ha tracciato frontiere assurde, saccheggiato risorse, alimentato divisioni e lasciato ferite profonde. Ma quasi tutte le nazioni africane sono indipendenti da oltre 60 anni: come Singapore, che nel frattempo ha superato per ricchezza il suo ex padrone coloniale, il Regno Unito. Un bambino africano che nasce oggi ha nonni e bisnonni venuti al mondo dopo la decolonizzazione. Continuare a spiegare ogni fallimento con le colpe occidentali è un alibi offerto alle classi dirigenti locali più corrotte, autoritarie o incompetenti. Significa negare agli africani la responsabilità della propria storia”. E prosegue: ”L’Africa è concupita perché possiede una quota enorme dei minerali necessari alla transizione energetica, oltre a petrolio, gas, uranio, terre coltivabili e potenziale solare. Ma la sua risorsa più importante sono gli esseri umani. Il 60% della popolazione ha meno di 25 anni; nell’africa subsahariana 7 abitanti su 10 hanno meno di 30 anni. Mentre Europa, Cina e Giappone invecchiano, il continente produce giovani, lavoratori e consumatori. Questo è un dividendo oppure una calamità. Milioni di ragazzi entreranno ogni anno nel mercato del lavoro. Se non troveranno istruzione, elettricità, sicurezza e opportunità, aumenteranno frustrazione, emigrazione e reclutamento criminale. La Banca africana di sviluppo avverte che per creare occupazione su vasta scala il continente deve sostenere una crescita vicina al 7% per anni. Nel 2026 la crescita prevista è attorno al 4,2%: superiore a quella europea (buona notizia ignorata in Occidente), ma ancora insufficiente”.

Per concludere: ”Una parte delle élite africane preferisce Pechino perché offre opere concrete senza impartire lezioni sulla governance. Un dirigente africano spiega: se chiediamo ai cinesi un aeroporto, costruiscono un aeroporto; se lo chiediamo agli occidentali, ci fanno una predica. È una caricatura ma coglie qualcosa di vero. Ciò non rende la Cina una benefattrice. I prestiti sono esosi, alcune opere sono inutili o mal costruite, le aziende cinesi sfruttano lavoratori e ambiente. Ma l’Africa non è passata da un padrone bianco a uno asiatico. Le sue classi dirigenti sfruttano la rivalità fra grandi potenze”.

1. La critica agli stereotipi occidentali e al “pauperismo”

  • Etichetta errata di “Paese unico”: l’Africa è un continente immenso ed eterogeneo (54 Stati, 2.000 etnie, varie forme di governo ed economia); considerarla un blocco omogeneo è un errore prospettico.
  • La narrazione della tragedia: i media occidentali coprono solo guerre, carestie e sbarchi, ignorando eventi normali, elezioni pacifiche o progressi infrastrutturali ed economici.
  • Un “nuovo razzismo”: l’Occidente soffre di un egocentrismo per cui si sente responsabile di ogni disgrazia africana. Così facendo, riduce gli africani a vittime infantili prive di agency (capacità di agire), negando loro la responsabilità della propria storia e offrendo un alibi alle classi dirigenti locali corrotte o incompetenti a oltre 60 anni dalla decolonizzazione.

2. Geopolitica e Realpolitik: l’Africa come attrice, non pedina

  • Competizione tra potenze: USA, Cina, Russia, Europa, India, Turchia e paesi del Golfo competono sul continente.
  • L’iniziativa delle élite africane: i governi locali mettono in concorrenza i pretendenti e scelgono le offerte migliori (infrastrutture dalla Cina, armi dalla Russia, logistica e porti dagli Emirati/Arabia, sicurezza dagli USA) in cambio di risorse e concessioni.
  • Il modello cinese: Pechino risponde a richieste concrete (es. infrastrutture) senza fare “prediche” sulla governance come fa l’Occidente. Sebbene i prestiti cinesi possano essere esosi e impattanti, la penetrazione asiatico-orientale avviene “su invito” dei leader africani.
  • Esempio pratico: gli accordi di pace (come quello Ruanda-RDC mediato da USA e Qatar) rispondono alla Realpolitik dei leader locali, che scambiano l’accesso a minerali critici (coltan, tantalio) con protezione e investimenti.

3. Risorse, demografia e crescita economica

  • Ricchezza di risorse: l’Africa è ambita per i minerali strategici necessari alla transizione energetica, gas, petrolio e potenziale agricolo/solare.
  • Il dividendo demografico: la sua risorsa principale sono i giovani (il 60% della popolazione ha meno di 25 anni). Questo fattore rappresenta un’opportunità di consumo e lavoro, ma anche un rischio di frustrazione e destabilizzazione se mancheranno le opportunità.
  • Crescita disomogenea ma reale: nel 2026 la crescita stimata del continente è del 4,2% (superiore a quella europea). 12 tra le 20 economie a crescita più rapida al mondo sono africane (con eccellenze come Marocco, Etiopia, Ruanda, Kenya), a fronte di casi critici come il Sudafrica.

4. Urbanizzazione e innovazione

  • Spostamento interno: il vero grande esodo africano non è verso l’Europa, ma dalle campagne verso le metropoli interne (Lagos, Kinshasa, Nairobi, ecc.).
  • Effetti delle città: l’urbanizzazione porta problemi (baraccopoli, inquinamento), ma accelera la scolarizzazione, abbassa la natalità e stimola la produttività.
  • Salto tecnologico (leapfrogging): l’Africa ha superato tappe intermedie dello sviluppo: milioni di persone sono passate direttamente dal contante ai pagamenti e servizi finanziari su smartphone, sviluppando una forte imprenditorialità dal basso.

Conclusione: per comprendere l’Africa moderna occorre smettere di commiserarla, smettere di ostacolare le aziende occidentali per senso di colpa e accettare che siano gli stessi africani gli unici e diretti artefici del proprio futuro.

5 agosto 2026