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Esteri

Spie, satelliti, intercettazioni e radar. Così gli Usa alimentano il separatismo

Francesco Semprini ha pubblicato su La Stampa un articolo riguardante la strategia statunitense in Groenlandia.

Scrive Semprini: “La passione degli Stati Uniti per la Groenlandia non è una prerogativa di Donald Trump. Nel 1867 Washington mostrò interesse per il territorio autonomo della Danimarca, chiedendo a Copenaghen quanto sarebbe costata. Nel 1946, subito dopo la Seconda guerra mondiale, gli Usa misero sul piatto cento milioni di dollari ricevendo un netto diniego dalla corona danese. Esiste quindi una continuità storica, che arriva ad oggi, al 47esimo presidente americano, e che riflette una “linea strategica” di lungo periodo, come ha sottolineato il segretario al Tesoro, Scott Bessent”.

E aggiunge: ”Il vero nodo è piuttosto la posizione geografica che ne riflette un vantaggio strategico dal punto di vista militare e commerciale. L’isola più grande del Pianeta è una porta di accesso all’Atlantico settentrionale e alle rotte artiche. E consente il controllo sul corridoio Giuk (Groenlandia–Islanda–Regno Unito) rivelandosi piattaforma ideale per proiettare la presenza militare verso il Polo Nord e, al contempo “trincea” per la difesa, o la minaccia interna”.

L’articolo analizza l’offensiva diplomatica e di intelligence degli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, per assicurarsi il controllo strategico della Groenlandia. Non si tratta di un interesse recente: Washington ha cercato di acquistare l’isola già nel 1867 e nel 1946, ma oggi la questione ha assunto una nuova urgenza geopolitica.

I punti chiave dell’articolo:

  • Intelligence e separatismo: sotto la guida di Tulsi Gabbard (direttore dell’Intelligence Nazionale), le agenzie americane hanno ricevuto l’ordine di intensificare la raccolta di informazioni. Attraverso satelliti, intercettazioni e spie sul campo, gli USA stanno monitorando i movimenti indipendentisti locali e mappando profili di individui in Groenlandia e Danimarca favorevoli agli obiettivi statunitensi. L’obiettivo è favorire un distacco dell’isola da Copenaghen per avere “mani libere”.
  • Il valore strategico (non solo economico): sebbene l’isola sia ricca di terre rare, metalli e petrolio, la loro estrazione rimane difficile e costosa (come dimostrato dal fallimento degli investimenti cinesi dal 2009). Il vero valore è la posizione geografica: la Groenlandia è la porta d’accesso all’Atlantico settentrionale e al corridoio GIUK (Groenlandia-Islanda-Regno Unito), fondamentale per contrastare la presenza russa e cinese nell’Artico.
  • La sfida alla Russia: mentre Mosca ha ristrutturato decine di basi artiche di epoca sovietica, la NATO è in ritardo. Per colmare il gap, il Pentagono punta sulla base spaziale di Pituffik e sulla creazione del “Golden Dome”, un avanzato sistema di difesa missilistica per neutralizzare vettori balistici e ipersonici.
  • Nuove rotte commerciali e il fattore climatico: lo scioglimento dei ghiacci sta aprendo nuove vie marittime. L’amministrazione Trump è allarmata dalla recente inaugurazione della “China-Europe Artic Expressway”, una rotta che riduce drasticamente i tempi di trasporto tra Cina ed Europa (da 40 a circa 20-25 giorni), passando a nord della Russia.
  • L’obiettivo finale: Washington mira a trasformare la Groenlandia in una piattaforma militare e logistica invalicabile, costruendo nuove infrastrutture e potenziando la flotta di rompighiaccio, per inaugurare una nuova “era polare” a guida americana e prevenire qualsiasi futura penetrazione russa o cinese sull’isola. 20 gennaio 2026