Karima Moual ha pubblicato su La Stampa un articoo nel quale sostiene che gli eventi di Ceuta non siano soltanto una crisi migratoria, ma il segnale di un profondo disagio sociale e di una vulnerabilità politica del Marocco. Migliaia di giovani hanno tentato di raggiungere l’enclave spagnola convinti, anche grazie a voci diffuse sui social network, che in occasione della Festa del Trono sarebbe stato possibile attraversare la frontiera. In pochi giorni, però, l’entusiasmo si è trasformato in delusione: molti hanno invitato amici e parenti a non partire, raccontando le difficoltà incontrate.
Scrive Moual: ”Molti dei giovani che hanno tentato di raggiungere Ceuta hanno raccontato di aver deciso di partire dopo aver letto e ascoltato, soprattutto attraverso i social network, che, in concomitanza con la Festa del Trono – la ricorrenza più importante del Regno, che ogni anno celebra il legame tra la monarchia e il popolo e traccia la visione del Paese per il futuro – sarebbe stato possibile attraversare la frontiera. Una voce insistente circolava da settimane: attraverso TikTok, Instagram, Facebook e WhatsApp ha raggiunto migliaia di ragazzi e ragazze da ogni parte del Marocco, convincendoli che quella fosse un’occasione irripetibile. Chi abbia fatto nascere quella voce o semplicemente l’abbia lasciata amplificarsi fino a diventare una mobilitazione nazionale è una domanda alla quale oggi non possiamo ancora rispondere. Ma un fatto rimane. Decine di migliaia di persone si sono messe in viaggio quasi contemporaneamente verso uno dei punti di frontiera più sensibili del Regno”.
E prosegue: ”E se migliaia di giovani hanno scelto di sfidare il mare e il confine nel giorno più importante per il Regno, significa che qualcuno ha deciso di usare politicamente un disagio reale, e per farlo ha scelto un giorno talmente simbolico da trasformarlo in una mobilitazione di massa contro il governo attraverso gli strumenti della comunicazione digitale.Le speculazioni della stampa marocchina, in questi due giorni, sono state molte. C’è chi guarda a Israele, chi agli Stati Uniti, chi alle destre sovraniste. È rimasto invece quasi assente un discorso pubblico sulle ragioni sociali raccontate da migliaia di giovani marocchini che hanno deciso di partire. Non risultano, almeno finora, interventi pubblici del Re o un discorso politico di ampio respiro rivolto a quella parte della società che ha espresso un disagio tanto evidente. Ed è forse proprio questo il punto sul quale vale la pena riflettere. Perché quanto accaduto rappresenta prima di tutto un colpo durissimo all’immagine del Marocco costruita dalla Monarchia in tutti questi anni”.
L’autrice si interroga su come una mobilitazione di tali dimensioni abbia potuto svilupparsi senza essere intercettata dalle autorità e ipotizza che il malcontento giovanile possa essere stato sfruttato da qualcuno per fini politici. Al di là delle responsabilità, il punto centrale è che il Marocco ha conosciuto un importante sviluppo economico e infrastrutturale sotto la monarchia, ma i benefici non sono distribuiti in modo uniforme. Molti giovani, pur lavorando, faticano a mantenersi, a costruire una famiglia e a immaginare un futuro stabile.
Secondo Moual, lo sviluppo del Paese ha fatto crescere anche le aspettative della popolazione, mentre i social network amplificano il confronto con altri modelli di vita e facilitano la diffusione di mobilitazioni. L’assenza di un ampio dibattito pubblico sulle cause sociali del malessere e di una risposta politica significativa viene indicata come un limite. La vicenda di Ceuta rappresenta quindi soprattutto un campanello d’allarme per le istituzioni marocchine: quando un disagio diffuso può essere facilmente strumentalizzato, il problema non è più soltanto migratorio, ma riguarda la stabilità politica e il rapporto tra Stato e società.
3 agosto 2026





