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Esteri

Trump, cosa fa? Isolazionismo addio?

Gli opinionisti delle questioni di politica interna (ma anche estera) americani inionisti hanno spesso sostenuto che quando un presidente degli Stati Uniti ha dei problemi di politica interna (vedi i fatti di Minneapolis e della guardia nazionale mandata da Trump nelle città governate dal partito democratico come Chicago e Los Angeles), inoltre, il tema dell’inflazione che, nonostante le promesse, Trump non è riuscito a domare, l’oscuramento della vicenda Epstein, ebbene il presidente volge le spalle al suo Paese e si occupa di vicende all’estero. Cosa se ne può dire?

Qualche nota sulla dottrina Monroe, cui si appella Trump: ”La Dottrina Monroe, enunciata dal presidente americano James Monroe nel 1823, è un principio fondamentale della politica estera statunitense che dichiara che le Americhe non sono più disponibili per la colonizzazione europea e che gli USA non interverranno negli affari europei, chiedendo in cambio che l’Europa non interferisca negli affari del continente americano, riassunta nel motto “L’America agli americani”, ma evolvendo nel tempo in giustificazione per l’espansionismo e l’egemonia statunitense nel Nuovo Mondo”. 

Questa riflessione tocca un punto classico nella storia politica americana: il ricorso alla politica estera come diversivo nei momenti di difficoltà interna. È una dinamica ben nota e spesso analizzata da politologi e storici, e con Donald Trump si è riproposta in forme molto evidenti.

1. Il “diversivo estero” nei momenti di crisi

Quando un presidente è in difficoltà:

– con l’opinione pubblica interna,

– con crisi sociali (es. Minneapolis e Black Lives Matter),

– o con problemi economici (es. inflazione, disoccupazione, tensioni sociali),

Trump tende talvolta a spostare il focus sulla politica estera per rafforzare la propria immagine di leader forte e distogliere l’attenzione dai problemi domestici. Il presidente ha seguito questo schema:

– Sulla scena internazionale, Trump ha aumentato la pressione su Iran, Venezuela, Cina e Cuba, parlando come se fosse in guerra con un mondo ostile.

– Ha tentato azioni simboliche o teatrali (come il caso Maduro o le minacce a TikTok) per dominare il ciclo mediatico.

2. L’inflazione e i limiti economici

Trump ha promesso crescita e ritorno della manifattura americana, ma non è riuscito a contenere l’inflazione, causata da una combinazione di:

– politiche fiscali espansive,

– tariffe e guerra commerciale con la Cina,

– shock esterni come pandemia e crisi energetiche.

3. Epstein: un silenzio pesante

Il caso Epstein è un’ombra che aleggia ancora. Trump è stato associato a Epstein per frequentazioni passate, anche se non ci sono prove dirette di responsabilità penali. Il relativo oscuramento mediatico da parte di certi canali, o comunque la mancanza di approfondimenti sistematici, ha rafforzato sospetti nell’opinione pubblica più critica.

In sintesi

Questo è il meccanismo: quando Trump è sotto pressione interna, cambia campo di battaglia e si propone come leader globale deciso, sfruttando lo scenario internazionale per rafforzare il suo profilo. È una mossa politica frequente (non solo sua), ma in un contesto come quello attuale può generare instabilità e alimentare una retorica pericolosa.

15 gennaio 2026