Paolo Mieli ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale ammonisce la premier Giorgia Meloni che durante l’ultimo anno del suo governo andrà incontro ad un grande incubo. Sarà il fantasma di Roberto Vannacci, che esiste esclusivamente di vita virtuale perché di lui sappiamo solo quel che dicono i rilevamenti d’opinione. La premier Meloni deve trarre lezione da quanto accadde in passato a De Gasperi e a Berlusconi.
Sostiene Mieli: ”Per quel che è dato sapere anche l’ultimo anno governativo di De Gasperi non fu tra i più felici. Ed è bene che Giorgia Meloni sappia che l’altro ieri l’ora del destino è scoccata anche per lei. Con un leggero anticipo sui tempi è iniziato l’ultimo anno della sua legislatura da premier. I partiti che la affiancano non godono di piena salute e anche nel suo c’è puzza di bruciato. Fuori dall’italia Meloni gode ancora di buona stampa, ma presto gli infortuni in cui è incappata avranno eco anche all’estero e la ricetta magica della stabilità tenderà a sfumare. A questo punto, come accadde a Berlusconi tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, capirà che non è affatto detto che le prossime elezioni siano perse in partenza: lì si vedrà la qualità sua e della sua squadra”.
E rammenta: ”Sosteneva Silvio Berlusconi, l’unico — dopo Alcide De Gasperi — ad essere rimasto a Palazzo Chigi per un intero quinquennio, che l’ultimo anno di legislatura era stato il più brutto della sua vita. Ne ricordava ogni attimo. Era iniziato quell’ultimo anno con un infortunio di per sé insignificante (stavolta sono stati due: referendum e voto segreto). Da quel momento tutto improvvisamente gli era parso chiaro. La prolissità, la vanità, l’esagerato senso di sé ma anche l’insicurezza e la pavidità delle persone che aveva intorno. Passavano i giorni e l’allegra combriccola che a lui doveva tutto o quasi procedeva verso una sconfitta che a suo avviso (e aveva ragione) non era affatto inevitabile. Persino i più intimi, quei due o tre di cui si fidava, litigavano tra loro per delle idiozie. Moltissimi, quasi tutti lo sfinivano con lunghissimi giri di parole prima di arrivare al punto che poi era sempre lo stesso: in che sarebbe consistito il «meritato guadagno» per lo sforzo profuso negli anni precedenti? E cosa aspettava a cacciare tutti gli altri? Giorno dopo giorno Berlusconi si rendeva conto che li sopportava sempre meno. Che lo infastidivano persino i loro aliti. Anzi, soprattutto i loro aliti”.
Paolo Mieli sostiene che per Giorgia Meloni sia iniziata la fase più delicata della legislatura: l’ultimo anno di governo, tradizionalmente il periodo più difficile per ogni presidente del Consiglio. Richiamando le esperienze di Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi, l’autore osserva che è proprio in questa fase che emergono tensioni interne, rivalità personali, richieste di potere e perdita di coesione nella maggioranza.
Secondo Mieli, i recenti incidenti politici – come l’esito dei referendum e il voto segreto – rappresentano i primi segnali di una stagione complicata. Sebbene Meloni continui a godere di una buona reputazione internazionale, il tema della stabilità del suo governo potrebbe progressivamente indebolirsi.
L’elemento di maggiore preoccupazione è la possibile crescita politica di Roberto Vannacci, affiancato simbolicamente da Gianni Alemanno. Mieli li definisce “fantasmi” perché la loro forza, almeno per ora, esiste soprattutto nei sondaggi e non è stata verificata da elezioni. Se però le rilevazioni dovessero accreditarli di un consenso a due cifre, molti parlamentari del centrodestra, timorosi di non essere rieletti, potrebbero essere tentati di abbandonare i partiti tradizionali per seguirli.
Questo fenomeno rischierebbe di destabilizzare soprattutto Lega e Forza Italia, già considerate fragili e attraversate da divisioni interne, fino a mettere in discussione la solidità della maggioranza parlamentare.
Mieli richiama quindi il precedente storico di De Gasperi, che negli anni Cinquanta rifiutò di allearsi con le forze monarchiche e neofasciste nonostante le pressioni di Pio XII. Quella scelta gli costò politicamente e personalmente, ma preservò l’identità della Democrazia Cristiana, che rimase il principale partito italiano per decenni.
La conclusione è che Meloni si trova davanti a una scelta analoga: inseguire il consenso rappresentato dal “fantasma” Vannacci oppure mantenere una linea autonoma, anche a costo di perdere le elezioni. Per Mieli, una vittoria ottenuta grazie all’appoggio di transfughi e di una coalizione eterogenea e poco affidabile rischierebbe infatti di produrre un governo instabile e privo di solide prospettive.
16 luglio 2026





