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Dopo dieci anni Brexit resta Brexit

Danilo Taino ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui affronta la storia referendaria vissuta dai cittadini britannici 10 anni fa quando la maggioranza degli elettori avevano votato al referendum per la Brexit culminato con la decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione Europea, Danilo Taino riflette su una domanda sempre più frequente: il Regno Unito tornerà un giorno nella UE?

Scrive Taino: ”La cosa più interessante, dieci anni dopo quel 23 giugno 2026, è una questione che sta emergendo sempre più insistente: quando rientrerà il Regno nella Ue? Secondo molti analisti, non è problema di se ma di quando. Da un punto di vista strettamente razionale, parrebbe logico: dopo la Brexit, la Gran Bretagna ha sofferto in economia e non ha avuto i vantaggi che la propaganda le aveva promesso”.

E prosegue: ”I sondaggi (Yougov) di oggi dicono che c’è un 57% di britannici che considera sbagliata quella scelta, contro il 30 che la ritiene ancora giusta. I sondaggi realizzati quando la scelta non è sul tappeto, però, contano poco. Di fronte all’idea di perdere la sterlina per l’euro, il risultato di un referendum per il rientro sarebbe davvero una valanga di sì? La prospettiva di bussare alla porta della Ue e chiedere quello che per un certo periodo sarebbe uno strapuntino come agirebbe sulla psiche britannica?

L’autore ricorda lo shock provocato dal risultato del referendum, inatteso persino per molti sostenitori dell’uscita. Nel tempo, numerosi studi hanno cercato di spiegare quel voto, interpretandolo sia come espressione del malcontento sociale britannico sia come uno dei primi segnali della successiva ondata populista internazionale.

Oggi, osserva Taino, molti analisti ritengono che il ritorno nella UE sia una questione di “quando” e non di “se”, soprattutto perché la Brexit non ha prodotto i benefici economici promessi e ha invece comportato costi significativi per il Paese. I sondaggi mostrano inoltre che una maggioranza dei britannici considera ormai sbagliata la scelta del 2016.

Tuttavia, l’autore invita alla cautela. La politica non è guidata solo dalla razionalità economica: gli stessi argomenti razionali avrebbero dovuto scoraggiare la Brexit, ma non impedirono la vittoria del “Leave”. Inoltre, un eventuale ritorno nell’UE solleverebbe questioni delicate, come l’adozione dell’euro, la perdita di privilegi di cui il Regno Unito godeva prima dell’uscita e la necessità di accettare condizioni probabilmente più severe imposte dagli altri Paesi europei.

Taino sottolinea anche che alcune capitali europee non sarebbero entusiaste di riaccogliere Londra. Nel frattempo, la UE sta sviluppando forme di cooperazione flessibile tra gruppi di Paesi “volonterosi”, nelle quali il Regno Unito può già partecipare, ad esempio nel settore della difesa, senza essere membro a pieno titolo.

La conclusione è che un referendum per rientrare nella UE sarebbe oggi altamente divisivo e richiederebbe un governo molto forte per gestirlo. Ma la politica britannica vive da anni una fase di instabilità e, secondo l’autore, l’ultimo governo davvero solido risale a quello di Tony Blair. Per questo, nonostante il crescente pentimento per la Brexit, il ritorno nell’Unione appare ancora lontano e incerto.

18 giugno 2026