Massimo Gramellini ha pubblicato un articolo nel quale sostiene che Roberto Vannacci non sia propriamente una persona rozza o ingenua, ma un comunicatore molto abile. La sua forza sta nel dare voce a ciò che una parte della popolazione considera “normale”, anche quando propone idee semplificate o difficilmente realizzabili.
Scrive Gramellini: ”Roberto Vannacci è un abile tribuno che non dà voce alla realtà ma alla normalità, cioè alle cose che la maggioranza silenziosa (e borbottante) ritiene normali. Quando parla dell’emancipazione femminile con una sufficienza che rasenta il fastidio, o quando dalla Gruber afferma che i migranti vanno sottoposti a «movimentazione coatta», cioè presi per le ascelle e accompagnati all’uscita, esprime concetti impraticabili ma facilmente comprensibili, specie da chi ha paura”.
Secondo l’autore, Vannacci usa un linguaggio diretto e immediato su temi come l’immigrazione o l’emancipazione femminile, facendo leva soprattutto sulle paure e sui pregiudizi diffusi. Al contrario, posizioni più equilibrate e realistiche — come l’idea che le migrazioni vadano governate e non semplicemente accettate o respinte — risultano più complesse da spiegare e meno efficaci nel dibattito pubblico dominato dai social.
Gramellini paragona Vannacci ai sofisti dell’antica Atene: persone capaci di rendere convincente anche l’argomento più debole grazie all’abilità retorica. Nel suo racconto della realtà, afferma l’autore, contano più le convinzioni e le paure collettive che i fatti concreti. Per questo Vannacci descriverebbe un mondo in gran parte immaginario, costruito sulle percezioni e sul “subconscio della Nazione”, richiamando infine una celebre espressione usata da Benito Mussolini per spiegare l’origine del fascismo.
Tesi centrale: Gramellini critica la capacità di Vannacci di trasformare questioni complesse in slogan semplici e rassicuranti, sostenendo che il suo successo comunicativo derivi più dall’appello alle emozioni e ai pregiudizi che dall’aderenza alla realtà dei fatti.
12 giugno 2026





