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Politica

L’equilibrio da ritrovare

Il prof. Giovanni Orsina ha pubblicato un editoriale su il Giornale nel quale si concentra sul prossimo referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, definendolo un voto che ne contiene tre in uno. Afferma: “Quando, la primavera prossima, voteremo al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia che ha appena completato il suo iter parlamentare, ci troveremo a dare tre voti in uno. Il primo sarà sul merito della riforma. Il secondo sul rapporto fra politica e magistratura. Il terzo, purtroppo ma inevitabilmente, sarà un voto politico pro o contro il governo Meloni. Ciascun elettore dovrà innanzitutto decidere quale peso dare a questi tre elementi. E soltanto dopo, in base alle proporzioni fra un elemento e l’altro, potrà scegliere fra il sì e il no. La compresenza di tre ordini di questioni rende il referendum particolarmente complesso e il suo risultato più imprevedibile del solito. Più ancora di quello del 2016, che di scelte ne includeva soltanto due, sul merito della riforma e su Matteo Renzi”. E precisa:

  1. Un voto sul merito della riforma.
  2. Un voto sul rapporto tra politica e magistratura.
  3. Un voto politico pro o contro il governo Meloni.

L’autore dichiara che il suo voto sarà un sì convinto, basato principalmente sul secondo criterio: la necessità di ristabilire l’equilibrio dei poteri.

Tesi centrale: squilibrio a favore della magistratura

La tesi principale di Orsina è che in Italia i poteri sono stati squilibrati per decenni a vantaggio della magistratura. La riforma, a suo avviso, non è una punizione per i giudici, ma un passo essenziale per ricondurre l’assetto istituzionale a un maggiore equilibrio.

Egli risponde a coloro che temono che la riforma possa portare in futuro a un eccesso di potere da parte della politica, affermando che non si può rinunciare a correggere un eccesso presente, pernicioso e grave (quello del potere giudiziario) per il timore di un contro-eccesso ipotetico.

Le ragioni dello squilibrio

Orsina evidenzia come, negli ultimi trent’anni, l’amministrazione della giustizia si sia progressivamente emancipata da meccanismi di valutazione e controllo, sia esterni che interni. Sostiene che il singolo magistrato si è autonomizzato non solo dal potere esecutivo, ma anche dagli altri magistrati.

Critica inoltre l’obiezione secondo cui il magistrato è soggetto solo alla legge, evidenziando che troppi magistrati e organismi di rappresentanza hanno cercato insistentemente di condizionare la scrittura delle leggi e il loro clima interpretativo, schierandosi apertamente sui media, entrando in politica e facendo pressione su Parlamento e partiti.

L’autore conclude che se una magistratura, il cui unico limite è la legge, si trasforma in un soggetto politico capace di controllare quel limite, si può parlare di “pieni poteri” per la stessa magistratura. La magistratura italiana, pur godendo del privilegio dell’autonomia, non ha pagato il prezzo di disciplina, responsabilità e autocontrollo, portando a un forte indebolimento della fiducia dell’opinione pubblica nell’ordinamento giudiziario.

4 novembre 2025