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Esteri

Il voto contro la guerra e la «rivolta» repubblicana fanno infuriare Trump: «Dovrebbero vergognarsi»

Viviana Mazza ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera in cui parla delle furiose reazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’atteggiamento critico di alcuni membri del suo partito a proposito della guerra in Iran.

Scrive Mazza: ”I quattro repubblicani sono: Thomas Massie del Kentucky, che si è scontrato più volte con Trump sulla politica fiscale, sui file di Epstein, sulle guerre (affermando che serve l’approvazione del Congresso) e per questo ha perso il suo seggio (se ne andrà a novembre), sconfitto nelle primarie repubblicane da un candidato appoggiato dal presidente e da gruppi della destra pro-israele; altri due «ribelli» sono veterani delle forze armate, Tom Barrett del Michigan e Warren Davidson dell’ohio, che ripetono che non ci sono obiettivi «chiari» in Iran; il quarto è Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, eletto (come Barrett) in un distretto moderato”.

E continua: ”Un’altra nuova nomina di Trump è ancor più sotto i riflettori: Bill Pulte, appena scelto come direttore ad interim dell’intelligence nazionale benché privo di esperienza, viene dall’agenzia federale per il finanziamento dell’edilizia abitativa e si è fatto notare perché ha reso pubbliche le informazioni personali sui mutui di diversi critici di Trump e chiesto indagini su di loro. Tillis dice che «non ha speranza» di essere confermato» al Senato”.

Il voto contro la guerra in Iran e la reazione di Trump. La Camera di Washington ha approvato per la prima volta una risoluzione (non vincolante e dal valore prevalentemente simbolico) per porre fine alle operazioni militari in Iran non autorizzate dal Congresso. Il voto è passato con 215 voti favorevoli contro 208, grazie all’unione di quattro deputati repubblicani ai democratici. Donald Trump ha reagito furiosamente su Truth, definendo i quattro dissidenti «cattivi repubblicani», affermando che «dovrebbero vergognarsi» e bollando il loro gesto come «anti-patriotico», sebbene «insignificante».

Chi sono i quattro repubblicani “ribelli”

  1. Thomas Massie (Kentucky): in costante scontro con Trump su fisco ed esercizio dei poteri del Congresso, ha già perso il suo seggio nelle primarie a favore di un candidato sostenuto dal presidente e lascerà l’incarico a novembre.
  2. Tom Barrett (Michigan)
  3. Warren Davidson (Ohio): entrambi veterani di guerra, critici sulla mancanza di obiettivi chiari in Iran.
  4. Brian Fitzpatrick (Pennsylvania): eletto in un distretto moderato.

Crescenti tensioni e fratture nel Partito Repubblicano. Il dissenso non si limita alla Camera: anche al Senato un gruppo di repubblicani ha appoggiato una risoluzione contro la guerra. Inoltre, i senatori repubblicani hanno respinto lo stanziamento di fondi per la sala da ballo della Casa Bianca e si oppongono alla creazione di un fondo da 1,8 miliardi di dollari. Questo fondo, istituito dal Dipartimento di Giustizia come risarcimento a Trump per fargli ritirare una causa, era stato inserito in una legge sul controllo dell’immigrazione da 70 miliardi. Un gruppo di senatori repubblicani (tra cui John Cornyn, Bill Cassidy, Lisa Murkowski e Tom Tillis) sta cercando di bloccare per legge la nascita di questo fondo.

Le nomine controverse alla Giustizia e all’Intelligence

  • Todd Blanche: il Ministro della Giustizia ad interim ha dichiarato il fondo “morto” (sebbene Trump sia rimasto ambiguo a riguardo). Il presidente ha annunciato l’intenzione di nominarlo ministro permanente. Trattandosi del suo ex avvocato, già dimostratosi pronto a perseguire i rivali politici, i media si interrogano se Blanche otterrà i voti necessari per la conferma al Senato.
  • Bill Pulte: nominato direttore ad interim dell’Intelligence Nazionale pur senza esperienza specifica. Proveniente dall’agenzia federale per i finanziamenti immobiliari, è finito al centro delle polemiche per aver diffuso dati sensibili sui mutui dei critici di Trump, chiedendo indagini su di loro. Secondo il senatore Tillis, Pulte «non ha speranza» di essere confermato dal Senato.

La strategia di Trump e lo scenario politico. Davanti alle resistenze del suo stesso partito, Trump reagisce alzando la posta e imponendo un test di fedeltà assoluta ai suoi alleati («siete con me o contro di me»), forte anche del successo del suo endorsement in molte primarie (con un’importante eccezione in Iowa).

5 giugno 2026