Massimo Gramellini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale cerca di mettere in luce alcune problematiche che hanno suscitato grandi dibattiti.
Scrive: ”Con il nazionalismo gli italiani hanno sempre avuto un rapporto complesso, in bilico tra disprezzo e retorica. D’Annunzio e Mussolini abusarono di iperboli italocentriche, e con esiti talmente catastrofici che, per reazione, la nascente Repubblica finì per diffidare del patriottismo, facendolo coincidere con il suo gemello violento: il bellicismo. In quegli anni l’inno godeva di scarsa considerazione (quando veniva suonato prima delle partite della Nazionale, il telecronista dava la linea alla pubblicità) e la stessa parola «Italia» era accolta con sospetto. Dopo aver saputo che Bruce Springsteen cominciava i suoi concerti a Los Angeles al grido di «siamo in California, cioè negli Stati Uniti d’america!», ricevendo in risposta un boato, Lucio Dalla raccontava di aver provato a fare la stessa cosa a Bologna. «Siamo in Emilia, cioè in Italia!», ma il pubblico ammutolito lo aveva preso per matto. L’aneddoto è probabilmente inventato (Dalla era un poeta e un bugiardo strepitoso), però assolutamente credibile”.
- Il dilemma centrale: prendendo spunto dalle celebrazioni del 2 Giugno, Gramellini si chiede se sia possibile amare la propria patria in modo pacifico, senza cadere nel nazionalismo fanatico (“sovranismo”) e senza, per contro, azzerare le proprie radici in un’identità globale fluida e priva di storia (“globalismo”).
- Il trauma storico italiano: dopo gli eccessi retorici e catastrofici del fascismo, l’Italia repubblicana ha vissuto a lungo una forte diffidenza verso il patriottismo, associandolo quasi esclusivamente al bellicismo e alla destra. I simboli nazionali (l’inno, il nome stesso del Paese) venivano trattati con freddezza o sospetto.
- La rinascita con i Presidenti: la tendenza si è invertita grazie a tre figure chiave al Quirinale.
- Sandro Pertini, che da partigiano e socialista ha sdoganato un patriottismo popolare e pulito (simboleggiato dall’esultanza ai Mondiali del 1982).
- Carlo Azeglio Ciampi, che ha ridato dignità ai riti d’appartenenza (bandiera, inno) senza sfociare nella tracotanza.
- Sergio Mattarella, che ha continuato questo percorso cercando un equilibrio in un’era polarizzata dai social.
- I limiti degli opposti (Sovranismo vs globalismo)
- Il sovranismo (da Trump a Putin, fino a Vannacci) esprime un amore per il Paese “tossico” e aggressivo, usato come una clava per escludere e umiliare gli altri, rendendo impossibili alleanze paritarie.
- Il globalismo, d’altro canto, privando le persone di radici e identità, genera individui smarriti e spaventati dal nuovo. Per l’autore, solo un’identità solida permette di aprirsi davvero agli altri (“Solo se sai chi sei, ti viene voglia di conoscere l’altro”)
- La conclusione e il modello storico: Un patriottismo sano non solo è possibile, ma è necessario per evitare che il sentimento nazionale venga strumentalizzato da chi cerca lo scontro brutale. Il vero patriota cerca l’armonia e l’equilibrio tra gli interessi, un valore che Gramellini ritrova nella figura storica di Lorenzo de’ Medici, capace di agire da grande statista italiano molto prima della nascita ufficiale dell’Italia.
- 5 giugno 2026





