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Esteri

Usa, gli effetti indesiderati del conflitto in Iran

Il prof. Sergio Fabbrini ha pubblicato un editoriale su Il Sole 24 Ore in cui analizza le pesanti ripercussioni strategiche, politiche ed economiche derivanti dall’intervento militare americano-israeliano in Iran (contestualizzato nel maggio 2026). Il fulcro del discorso è la teoria delle “conseguenze inattese”: un’azione militare intrapresa con approssimazione e fanatismo che sta producendo effetti opposti a quelli sperati.

Scrive Fabbrini: ”Una teoria universalmente accettata, nelle scienze sociali, è quella delle conseguenze inattese. Ogni azione umana è destinata a produrre conseguenze, alcune prevedibili, altre imprevedibili. Tra queste ultime, alcune sono negative, altre positive. Non era necessario conoscere i lavori del sociologo e filosofo americano Robert K. Merton (1910-2003), in particolare il suo studio del 1936, per pensare che l’intervento militare americano-israeliano contro l’Iran avrebbe prodotto conseguenze inattese negative. Quell’intervento è stato realizzato senza una conoscenza del contesto e senza un piano d’azione. Coloro che avevano quella conoscenza, gli alti funzionari dei Dipartimenti della Difesa e di Stato, erano stati precedentemente licenziati dai loro capi, Pete Hegseth e Marco Rubio, in quanto rappresentanti del deep state che Trump II è impegnato a smantellare. Il loro posto è stato preso, non solamente da dilettanti, ma soprattutto da fanatici”.

E prosegue: ”E qui arriviamo al fanatismo della leadership americana. Non solamente Trump ha minacciato più volte di «sradicare la civiltà persiana in una notte», ma il segretario della Difesa, Pete Hegseth, considera l’Iran (non solo il suo regime) come un demonio. In una cerimonia di preghiera, tenuta al Pentagono dopo l’inizio della guerra, ha sostenuto che «dobbiamo usare una violenza travolgente contro coloro che non meritano pietà. Facciamo questo con l’audace fiducia nella forza e nel potente nome di Gesù Cristo». Il capo del Pentagono fa parte di una congregazione evangelica (Communion of Reformed Evangelical Churches), che ha 150 chiese in America, la cui teologia prevede «la subordinazione del governo alle leggi del Vecchio Testamento, la pena capitale per gli omosessuali, una rigida organizzazione patriarcale della famiglia», con le donne private del diritto di voto. Il suo leader carismatico, Doug Wilson, si è espresso a favore di una versione radicale del sionismo cristiano, al punto da elevare l’alleanza tra America e Israele allo status di «una necessità biblica». Per lui, l’uccisione dei palestinesi è il segno «della Seconda Venuta di Gesù Cristo». Nel dicembre scorso, Pete Hegseth invitò per una preghiera al pentagono Franklin Graham, un pastore che è il punto di riferimento del mondo Maga. Nel suo sermone, Graham, un odiatore dell’Islam, sostenne che occorre combattere quest’ultimo con tutti i mezzi. Dopo tutto, ha precisato, «noi sappiamo che Dio ama. Ma lo sapete che Dio è anche odio, che Dio è anche un Dio della guerra?» (si veda Suzy Hansen su The New York Review of Books e gli ultimi due libri scritti da Pete Hegseth)”.

Ecco una sintesi dei punti principali, con particolare attenzione all’impatto sugli Stati Uniti:

1. La crisi della leadership e il “fattore fanatismo”

Fabbrini sottolinea come l’amministrazione Trump II abbia smantellato il cosiddetto deep state (funzionari esperti di Difesa e Stato), sostituendolo con figure definite “dilettanti e fanatici”.

  • Pete Hegseth (Difesa) e Marco Rubio (Stato): sono indicati come i responsabili di una strategia priva di conoscenza del contesto.
  • Radicalismo religioso: l’influenza di congregazioni evangeliche estremiste e del “sionismo cristiano” ha trasformato la guerra in una sorta di crociata religiosa, rendendo impossibile una gestione razionale o diplomatica del conflitto.

2. L’impatto geopolitico e l’isolamento degli USA

Le conseguenze a livello internazionale sono devastanti per il prestigio e il potere americano:

  • Isolamento diplomatico: gli Stati Uniti si ritrovano isolati, con Israele come unico alleato (definito “impresentabile” per le sue politiche a Gaza e in Cisgiordania).
  • Crisi delle alleanze: gli europei si stanno allontanando a causa dell’aumento proibitivo dei costi energetici e dei dazi.
    • I Paesi del Golfo dubitano della protezione americana.
    • Gli alleati in Estremo Oriente (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) perdono fiducia nella tenuta militare USA.
  • Spostamento degli equilibri: Trump appare indebolito nel confronto con la Cina (Xi Jinping), mentre l’Iran sta paradossalmente rafforzando l’asse con Pechino, Mosca e Pakistan.

3. Le conseguenze economiche

Il conflitto ha innescato una crisi globale che colpisce direttamente anche gli interessi americani:

  • Petrolio ed energia: il blocco dello stretto di Hormuz ha fatto impennare i prezzi.
  • Rallentamento economico: la crescita globale è frenata, alimentando il malcontento interno ed esterno.

4. L’effetto “Rally ‘round the flag” in Iran

Contrariamente all’obiettivo di destabilizzare il regime teocratico, l’attacco militare ha prodotto l’effetto opposto:

  • Rinvigorimento del regime: l’opposizione interna, che era forte tra il 2025 e il 2026, è quasi scomparsa dinanzi all’orgoglio nazionale ferito dai bombardamenti (oltre 3.300 morti iraniani).
  • Rafforzamento dei Pasdaran: i guardiani della rivoluzione hanno consolidato il controllo sullo Stato e sulla popolazione.

5. Impatto politico interno negli USA

Sul fronte interno americano, la guerra sta diventando un boomerang per Donald Trump:

Caduta di popolarità: gli effetti negativi dell’economia e la percezione di una guerra guidata dal fanatismo religioso stanno erodendo il consenso del Presidente.

Fallimento strategico: Fabbrini conclude che, ignorando la legalità internazionale a favore della “legge della forza”, Trump ha finito per salvare il regime iraniano che intendeva abbattere, portando l’America in una posizione di estrema debolezza.

26 maggio 2026