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Esteri

«Squadra inesperta, resa su uranio e armi. La bozza è peggiore del patto del 2015»

Giuseppe Sarcina ha scritto un articolo, pubblicato sul Corriere della Sera, basato sull’intervista a Ivo Daalder, ex ambasciatore USA alla Nato, riguardo alla strategia di Donald Trump nei confronti dell’Iran.

Sostiene Daalder: «Il segretario di Stato Marco Rubio ha sostanzialmente confermato che il primo obiettivo è terminare la guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz. Poi si dovrebbe discutere di nucleare. Se così stanno le cose, noi americani abbiamo abbandonato le nostre linee rosse; gli iraniani no. Trump ha iniziato la guerra, dichiarando che la questione nucleare andava risolta rimuovendo l’uranio arricchito e distruggendo gli impianti. Ma tutto ciò non compare nell’accordo preliminare e non sappiamo se, e in quali termini, farà parte dell’intesa finale. L’unico elemento certo è che lo Stretto verrà riaperto e l’Iran potrà vendere il suo petrolio liberamente sul mercato. È una grande concessione. Dopodiché Teheran ha circoscritto il perimetro della trattativa: nucleare e cancellazione delle sanzioni economiche. Nessuna discussione sui missili a lunga gittata o sulle formazioni fiancheggiatrici, Hezbollah e il resto».

E aggiunge: «Gli iraniani hanno scoperto di avere una leva formidabile con il controllo di Hormuz. È possibile che nei sessanta giorni di tregua non imporranno alcun pedaggio alle navi in transito. Ma potrebbero usare questa carta, cioè la possibilità di esigere un pagamento, in cambio di un’intesa sul nucleare. Con un’avvertenza: il governo di Teheran ha già assunto l’impegno a non sviluppare armi nucleari e continua a ribadire che non lo farà. Potrebbe rivendersi al tavolo della trattativa una dichiarazione puramente verbale e quindi senza valore».

La tesi di Daalder: un accordo peggiore del passato. Secondo Daalder, nonostante la retorica di Trump sui “cattivi accordi”, l’intesa che si sta profilando con l’Iran sarà decisamente peggiore di quella siglata nel 2015 da Obama (e poi ripudiata dallo stesso Trump nel 2018).

I punti critici del negoziato:

  • Concessioni americane: gli Stati Uniti sembrano aver abbandonato le proprie “linee rosse”. L’obiettivo prioritario si è spostato sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla fine del conflitto, permettendo all’Iran di tornare a vendere petrolio liberamente.
  • Mancanza di garanzie sul nucleare: a differenza del patto del 2015, la bozza attuale non prevederebbe la distruzione degli impianti o la rimozione certa dell’uranio arricchito. Inoltre, restano esclusi dal tavolo i temi dei missili a lunga gittata e del sostegno iraniano a milizie come Hezbollah.
  • Il fallimento della “massima pressione”: Daalder sottolinea come l’uscita dall’accordo nel 2018 sia stata un errore strategico. All’epoca l’Iran aveva solo 300 kg di uranio a bassa percentuale; oggi ne possiede 8.500 kg, di cui una parte arricchita al 60%, soglia vicina a quella necessaria per la bomba atomica. La linea dura ha solo radicalizzato la leadership di Teheran e accelerato la corsa al nucleare.
  • Inesperienza dei negoziatori: Trump avrebbe messo in campo una squadra priva di competenze tecniche specifiche sul tema del nucleare, rendendo gli USA più vulnerabili alle tattiche di Teheran.

Il ruolo dell’Europa: l’ambasciatore lancia un appello all’Unione Europea (in particolare a Francia, Germania e Regno Unito, già firmatari nel 2015). Daalder ritiene indispensabile che l’Europa intervenga con un’iniziativa diplomatica autonoma, mettendo a disposizione le proprie competenze tecniche e il proprio peso politico per evitare che l’accordo si risolva in una “dichiarazione verbale” priva di valore reale.

26 maggio 2026