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Esteri

L’impero di Xi

Duilio Giammaria ha pubblicato un articolo su La Stampa nel quale descrive la visita di Donald Trump a Pechino come un evento altamente simbolico, pensato da Xi Jinping per mostrare la continuità storica e culturale del potere cinese. La visita si svolge tra luoghi emblematici come la Città Proibita e Zhongnanhai, centro del potere politico cinese, dove ogni dettaglio serve a trasmettere l’idea di una Cina antica ma tornata centrale sulla scena mondiale.

Trump arriva accompagnato dai grandi nomi del capitalismo tecnologico americano, tra cui Jensen Huang, simbolo della competizione sull’intelligenza artificiale e sui semiconduttori. Sul tavolo c’è la possibile riapertura della vendita di chip IA alla Cina, che potrebbe favorire aziende americane come NVIDIA e Intel, ma anche rafforzare indirettamente il rivale cinese. L’autore paragona questi chip agli strumenti scientifici che il gesuita Matteo Ricci portò alla corte imperiale nel Seicento: strumenti tecnologici usati per costruire influenza politica.

Giammaria collega infatti la visita alla lunga storia dei rapporti tra Cina e Occidente, ricordando come Henry Kissinger si ispirò proprio alla lezione di Matteo Ricci nella preparazione della storica apertura diplomatica tra Richard Nixon e Mao Zedong.

Scrive Giammaria: ”Dietro la coreografia perfetta resta però la rivalità geopolitica più rilevante del XXI secolo. Trump e Xi incarnano due stili profondamente diversi. Trump con un linguaggio impulsivo, fatto di seduzione, minacce, annunci e colpi di scena. Xi rappresenta invece la continuità storica dello Stato cinese, la disciplina del linguaggio, le parole pesate e il controllo simbolico del potere. Trump, evidentemente istruito sul rigido cerimoniale cinese, ha abbandonato il consueto atteggiamento di superiorità: l’eloquio irruente e spesso senza freni ha lasciato spazio a toni più controllati e misurati.La visita, definita non a caso G2, ha fissato la lancetta sulla nuova misura egualitaria del potere geopolitico

Il cuore dell’articolo è però il confronto tra due modelli di potere:

  • Trump rappresenta una leadership impulsiva, spettacolare e imprevedibile.
  • Xi incarna invece la continuità dello Stato cinese, il controllo del linguaggio e la pazienza strategica.

Secondo l’autore, il vertice sancisce una nuova realtà geopolitica: gli Stati Uniti restano avanti nelle tecnologie digitali avanzate, ma la Cina domina settori chiave della transizione energetica, come batterie, terre rare, pannelli solari e auto elettriche. La distanza economica tra le due potenze si è drasticamente ridotta.

Sul piano diplomatico restano profonde divergenze: Washington vuole che Pechino faccia pressione su Iran, mentre la Cina insiste sulla non interferenza e sulla questione di Taiwan. Il silenzio prudente di Trump su Taiwan viene interpretato come un segnale della forza negoziale cinese.

Nel finale, Giammaria sostiene che la Cina non si percepisca come una “potenza emergente”, ma come una civiltà che sta tornando al posto che ritiene naturale: il centro del mondo. Il richiamo finale a Matteo Ricci e al concetto di “Zhongguo” (“Paese di Mezzo”) rafforza l’idea che Pechino guardi alla competizione con gli Stati Uniti non solo come a una sfida politica o economica, ma come al ritorno di una centralità storica perduta.

18 maggio 2026