Mentre il dibattito pubblico europeo si accende a intermittenza sui dazi americani o sulle “derive protezionistiche” altrui, la Cina applica da anni una strategia tariffaria e non tariffaria sistematica, con effetti misurabili sull’industria europea. La differenza? Se ne parla pochissimo.
Secondo dati WTO e Commissione europea, la tariffa media applicata dalla Cina sui beni industriali è intorno al 7,5–8%, contro una media UE che si colloca sotto il 2%.
Ma il dato medio inganna: su settori strategici le aliquote schizzano molto più in alto.
Esempi concreti:
• Automotive e componentistica: dazi fino al 25% (prima del parziale allentamento su alcune categorie)
• Agroalimentare trasformato: tra 15% e 35%
• Plastica e chimica: 6–20%, con forti barriere tecniche aggiuntive
• Macchinari industriali: 8–12%, più requisiti di certificazione locali
A questi si sommano barriere non tariffarie: standard nazionali divergenti, licenze lente, controlli sanitari selettivi.
Il vero moltiplicatore: i sussidi
E qui sta il nodo centrale.
Secondo stime OCSE e UE, i sussidi industriali cinesi valgono tra il 3 e il 5% del PIL. Tradotto in numeri: oltre 400 miliardi di dollari l’anno tra credito agevolato, energia a prezzo politico, terreni quasi gratuiti, interventi diretti dello Stato.
Per confronto:
• UE: circa 1–1,5% del PIL, con vincoli stringenti sugli aiuti di Stato
• USA: interventi selettivi (IRA), ma espliciti e dichiarati
Il risultato è una concorrenza non di mercato, ma di sistema.
L’impatto sull’Europa
Nel 2023 il deficit commerciale UE–Cina ha superato i 396 miliardi di euro, uno dei livelli più alti mai registrati.
Alcuni settori chiave:
• Tecnologie verdi: oltre 80% dei pannelli fotovoltaici importati in UE arriva dalla Cina
• Batterie e componenti EV: quota cinese superiore al 60%
• Acciaio e semilavorati: pressioni sui prezzi tra 20 e 30% sotto i costi europei
E qui emerge l’assurdo: le imprese europee sono soggette a ETS, CBAM, standard ESG, mentre competono con prodotti che non scontano gli stessi costi ambientali o sociali.
Perché non fa notizia?
Perché ammettere il problema significa ammettere che:
1. il libero scambio non è simmetrico
2. la politica industriale esiste (e qualcuno la usa meglio)
3. l’Europa ha rinviato troppo a lungo una scelta strategica
I dossier anti-dumping aperti contro Pechino sono meno di 40, contro oltre 120 avviati dagli USA negli ultimi anni.
Non si tratta di demonizzare la Cina, né di invocare autarchia.
Si tratta di riconoscere che la globalizzazione è diventata geopolitica, e che ignorare i numeri non li rende meno reali.
Il commercio internazionale funziona solo se le regole sono condivise. Quando non lo sono, si chiama competizione strategica, non libero mercato. E fingere il contrario è il modo migliore per perdere senza nemmeno combattere.
I dati sono lì.
Il silenzio, no: quello è una scelta.
3 gennaio 2026




