Goffredo Buccini ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera e si concentra sul caso della Brexit come simbolo della crisi delle democrazie liberali occidentali e dell’ascesa del populismo.
Scrive Buccini: ”La questione è semplice: come è possibile che un tribuno delle fake news possa seriamente aspirare al governo anche dopo che le sue bufale sono state disvelate nel loro esito catastrofico? È una domanda che, a tutta evidenza, non riguarda certo il solo Regno Unito ma le nostre democrazie nell’insieme. E la risposta è duplice. Da un lato, i partiti tradizionali succedutisi al potere non hanno saputo rimuovere i motivi di disagio economico e sociale che spingono gli inglesi verso le estreme (altro emergente delle amministrative è stato l’eco-populista Zack Polansky): il populismo riempie un cuore vuoto, dice Paul Taggart, e per disperazione la gente è disposta a seguire incantatori di serpenti assortiti. Dall’altro, è mancato il fegato di controsterzare senza esitazioni sull’europa e di rinfacciare a ogni passo a Farage le sue molte magagne (incluso un recente finanziamento da cinque milioni di sterline in criptovalute). Il timore di lacerare nuovamente il Paese (la laburista Jo Cox fu uccisa da un brexiteer alla vigilia del voto) ha frenato Starmer. Pur mosso dal meritorio intento di riavvicinarsi agli europei, anche sul terreno della difesa comune, il premier laburista ha più volte negato ogni apertura a una contro-brexit e pagherà queste timidezze con la poltrona. In numerose interviste il sindaco londinese Sadiq Khan ha chiesto al suo partito di fare del rientro nella Ue il pilastro del programma elettorale del 2029, prospettando una svolta anche senza un referendum. Un atto di coraggiosa responsabilità politica, insomma, che dia il senso di una visione e non di un triste piccolo cabotaggio da burocrati”.
L’autore parte dal “paradosso inglese”: nonostante i danni economici evidenti causati dalla Brexit — calo della crescita, perdita di ricchezza e isolamento politico — Nigel Farage, uno dei principali promotori dell’uscita dall’UE, continua a crescere nei consensi. Questo dimostra, secondo Buccini, che il populismo non viene sconfitto nemmeno quando le sue promesse si rivelano false.
Le cause sono due:
- i partiti tradizionali non hanno saputo risolvere il disagio sociale ed economico che alimenta rabbia e paura;
- le forze democratiche hanno mostrato poca determinazione nel contrastare i populisti e nel difendere apertamente i valori europei e liberali.
Buccini sostiene che il populismo sovranista sfrutta le paure generate dalla globalizzazione e dalle crisi contemporanee, contrapponendo “popolo” ed élite, cittadini e immigrati, senza offrire vere soluzioni. Questo approccio rischia di trasformare la democrazia in una “dittatura della maggioranza” o addirittura in derive autoritarie.
L’editoriale allarga poi lo sguardo agli Stati Uniti, alla Romania e alla Germania, citando:
- Donald Trump e il mancato impeachment dopo il tentato golpe del 2021;
- Călin Georgescu, escluso dal processo elettorale per presunti legami opachi con Mosca;
- Alternative für Deutschland, accusata di derive estremiste.
Secondo Buccini, le democrazie devono avere il coraggio di difendersi anche usando gli strumenti dello stato di diritto contro chi ne mina le regole. Richiama perfino il “paradosso della tolleranza” di Karl Popper: una società aperta non può tollerare chi vuole distruggerla.
Ma la repressione non basta. Serve soprattutto una nuova narrazione democratica capace di entusiasmare e dare fiducia nelle istituzioni liberali. La conclusione è il cuore del pezzo: quando le persone smettono di credere nella democrazia, diventano vulnerabili a leader carismatici e demagoghi. Per evitare questo, qualcuno deve tornare a difendere apertamente e con coraggio i valori democratici.
17 maggio 2026





