Guido Santevecchi ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera nel quale descrive Taiwan come uno dei punti più delicati dell’equilibrio mondiale: una piccola isola di 23 milioni di abitanti che oggi è al centro dello scontro strategico tra Cina e Stati Uniti.
Scrive Santevecchi: ”L’enorme valore strategico di un territorio di soli 23 milioni di abitanti ha almeno quattro ragioni. 1) È il perno della cosiddetta «Prima catena di isole» che vanno grosso modo dal Giappone alle Filippine e fanno da barriera alla proiezione di forza navale cinese nel Pacifico. 2) Ha un’industria tecnologica che produce il 90% dei microchip più avanzati, vitali per l’economia globalizzata e dunque una sorta di polizza di assicurazione contro un’invasione cinese. 3) Ha un sistema democratico ormai consolidato. 4) Proprio la sua democrazia spinge Pechino a cercare di riprendere il controllo di Taiwan. Xi Jinping non può tollerare che un popolo di lingua cinese prosperi nella democrazia elettiva. A lungo andare potrebbe essere un esempio per le masse ora dominate dal partito comunista di Pechino”.
Il punto di partenza è il recente atteggiamento di Donald Trump, che durante un viaggio di ritorno da Pechino ha messo in dubbio la tradizionale “ambiguità strategica” americana su Taiwan. Trump ha lasciato intendere di non voler impegnare soldati americani per difendere l’isola, ha definito le forniture di armi a Taipei una “carta negoziale” con la Cina e ha parlato del presidente taiwanese Lai Ching-te senza riconoscerlo formalmente. Le sue parole rassicurano Pechino ma aumentano le paure di Taiwan.
Secondo l’articolo, Taiwan è strategicamente fondamentale per quattro motivi:
- controlla un punto chiave della “prima catena di isole” che limita l’espansione navale cinese nel Pacifico;
- produce circa il 90% dei microchip più avanzati del mondo;
- è una democrazia consolidata;
- proprio questa democrazia rappresenta una minaccia ideologica per il regime cinese di Xi Jinping, perché dimostra che una società cinese può prosperare senza il Partito comunista.
L’articolo ripercorre poi la storia dell’isola. Per secoli Taiwan fu considerata marginale dagli imperi cinesi. Passò sotto controllo europeo e giapponese, fino a diventare nel 1949 il rifugio dei nazionalisti di Chiang Kai-shek sconfitti da Mao Zedong nella guerra civile cinese. Da allora Taiwan ha mantenuto un’identità separata dalla Cina continentale.
Negli anni Settanta gli Stati Uniti riconobbero ufficialmente Pechino come unica Cina, espellendo Taiwan dall’ONU, ma continuarono a sostenerla militarmente con il Taiwan Relations Act del 1979. Negli anni successivi Taiwan si democratizzò: abolì la legge marziale e nel 1996 tenne le prime elezioni presidenziali libere.
Fino a circa il 2015 Cina e Taiwan continuarono a dialogare e a fare affari. Con l’arrivo al potere dei Democratici progressisti, favorevoli al mantenimento dell’autonomia taiwanese, Xi Jinping ha invece interrotto il dialogo e aumentato la pressione militare attorno all’isola.
La conclusione dell’articolo è che la stabilità dello Stretto di Taiwan si è retta per decenni sull’“ambiguità strategica” americana: Washington non dice chiaramente se interverrebbe in caso di invasione cinese, così da scoraggiare sia Pechino sia eventuali spinte indipendentiste taiwanesi. Le recenti dichiarazioni di Trump, però, rischiano di incrinare questo equilibrio molto fragile.
17 maggio 2026





