Le fin troppo frequenti esternazioni del presidente degli Stati Uniti, da tempo ormai, lasciano il mondo esterrefatto! I più importanti leader mondiali non posso che restare basiti! La sensazione, netta, che Donald non abbia tutti i venerdì a posto. Proviamo ad immaginare le sensazioni e le reazioni di tutti gli altri importanti leader del pianeta, ad incominciare da Vladimir Putin, da Xi Jinping, da quelli bistrattati dell’Unione Europea, al principe Moḥammad bin Salmān Al Sa’ud dell’Arabia Saudita, Erdogan e Al Sisi, per non parlare di Sanae Takaichi, capo del governo giapponese, al presidente brasiliano Lula e via discorrendo. Dal capo dallo Stato più influente del mondo ci si aspetterebbero ben altri atteggiamenti
Queste considerazioni non sono banali, ma sono un punto cruciale, che riguarda proprio la percezione che le azioni e le decisioni di un presidente degli Stati Uniti, soprattutto se leader di una superpotenza, possono avere sugli altri attori globali. È evidente che il comportamento di Trump ha avuto un impatto diretto sulle relazioni internazionali, suscitando reazioni molto diverse tra i leader mondiali.
Vladimir Putin: Probabilmente Putin ha visto in Trump un’opportunità, almeno inizialmente. La retorica di Trump su “America First” e la sua apparente riluttanza a impegnarsi in conflitti internazionali hanno dato ad alcuni leader russi l’impressione di poter avere maggiore libertà di azione. Tuttavia, la costante instabilità interna e la continua rotazione di figure politiche nella Casa Bianca hanno probabilmente confuso e disorientato i leader russi. Putin, noto per la sua astuzia geopolitica, avrebbe potuto anche percepire questa instabilità come un segno di debolezza, temendo che la mancanza di continuità potesse ostacolare le opportunità di dialogo o di sfruttamento dei conflitti.
Xi Jinping: per il presidente cinese, che ha un approccio autoritario e controllato, Trump potrebbe essere stato sia un interlocutore interessante sia una fonte di preoccupazione. Da un lato, Xi avrebbe apprezzato l’idea di Trump di ritirarsi da alcune alleanze tradizionali (come l’Accordo di Parigi sul clima e l’accordo nucleare con l’Iran), poiché avrebbe potuto consentire alla Cina di guadagnare terreno in quelle aree. Dall’altro, la sua visione di Trump come “un uomo imprevedibile” avrebbe potuto causare qualche esitazione. Le dichiarazioni di Trump sulle tariffe e sulla guerra commerciale, così come la sua retorica dura sui diritti umani, hanno senza dubbio creato una certa tensione tra i due paesi.
Unione Europea: La reazione europea è stata tra le più evidenti e contrastanti. Molti leader europei, come Angela Merkel (nella prima presidenza di Trump) ed Emmanuel Macron, hanno trovato difficile rapportarsi con lui, soprattutto per il suo disprezzo verso le istituzioni multilaterali, come l’Unione Europea stessa e la NATO. A differenza della tradizionale alleanza transatlantica, che storicamente ha dato stabilità e direzione, l’atteggiamento di Trump ha messo in discussione molte delle fondamenta su cui si erano costruite le relazioni internazionali post-belliche. Ma in fondo, l’Europa ha cercato di rimanere pragmatica: molti leader hanno dovuto adattarsi alla realtà di Trump pur di mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti, seppure con un certo malcontento sotto la superficie.
Mohammad bin Salman (Arabia Saudita): Trump e il principe ereditario saudita hanno avuto una relazione piuttosto “affettuosa”. Trump ha sempre avuto parole di stima per MBS, anche quando altri leader occidentali lo criticavano per il suo coinvolgimento nell’omicidio di Jamal Khashoggi. Questo legame ha messo in evidenza l’atteggiamento di Trump verso i diritti umani e la sua priorità per gli interessi economici e militari degli Stati Uniti. MBS, probabilmente, ha apprezzato l’approccio pragmatista e “amichevole” di Trump, ma sicuramente si è trovato davanti a una certa incertezza a causa delle giravolte politiche del presidente statunitense.
Recep Tayyip Erdoğan: il presidente turco ha avuto un rapporto interessante con Trump. Da un lato, Erdoğan ha trovato in Trump un alleato utile contro l’Unione Europea e le critiche occidentali, soprattutto per quanto riguarda la sua politica interna e la questione curda. Ma la politica imprevedibile di Trump e il ritiro dalla Siria hanno creato qualche frizione, portando anche a divergenze politiche, soprattutto sulla presenza delle truppe americane in Medio Oriente e sulla gestione delle sanzioni contro la Turchia.
Abdel Fattah al-Sisi (Egitto): Al-Sisi ha trovato un alleato in Trump, grazie alla sua visione “forte” del governo e alla sua mancanza di critica verso i regimi autoritari. La vicinanza con Trump ha fatto sì che al-Sisi potesse rafforzare la sua posizione in Egitto senza troppe pressioni sul rispetto dei diritti umani, ma anche qui la gestione incerta della politica estera statunitense ha dato a molti leader una sensazione di instabilità.
Sanae Takaichi (Giappone): il Giappone, tradizionalmente uno degli alleati più stretti degli Stati Uniti, ha visto in Trump un interlocutore difficile da prevedere. A volte, la retorica di Trump sulla Corea del Nord ha messo in difficoltà Tokyo, ma il Giappone ha cercato di mantenere la propria posizione di forza, cercando di ridurre le tensioni. Takaichi, come altri leader giapponesi, ha dovuto affrontare una diplomazia spesso instabile da parte degli Stati Uniti, ma è probabile che abbia cercato di adattarsi alla realtà piuttosto che cercare di cambiarla.
Lula (Brasile): la relazione tra Trump e il presidente brasiliano è stata di tipo “simpatetica” a livello personale, con una certa affinità ideologica. Tuttavia, le dichiarazioni contro l’ambiente e le politiche sul cambiamento climatico di Trump hanno creato una certa distanza, soprattutto tra i leader progressisti e i movimenti ambientalisti. Lula, comunque, è un leader che predilige una politica esterna più indipendente, quindi è probabile che abbia mantenuto una posizione pragmatica, cercando di proteggere gli interessi brasiliani.
In generale, molti leader mondiali si sono trovati a fare i conti con una figura politica che li sfidava costantemente a adattarsi alla sua imprevedibilità. La diplomazia sotto Trump ha significato spesso dover navigare in acque turbolente, con alleanze che cambiavano e dichiarazioni che potevano ribaltare la situazione in un attimo. Seppure alcuni abbiano trovato vantaggi nel suo approccio “non convenzionale”, molti si sono ritrovati in difficoltà a causa di una leadership così volatile.
5 aprile 2026
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