Il Corriere Blog

Quotidiano online

Sostieni il Corriere Blog



News

Trump e i dilemmi americani

Massimo Gaggi, ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui scrive della situazione esplosiva in Medioriente, tanto per cambiare.

Afferma Gaggi: ”Dopo aver sperimentato la “massima pressione” con sanzioni ed embargo e aver colpito duramente il regime con l’uccisione del generale Qasem Soleimani, Trump torna a valutare un compromesso con Teheran, alternandolo all’ipotesi di un intervento militare a intensità variabile. Arriva persino a immaginare uno “scenario venezuelano”, cioè un’uscita di scena negoziata della Guida Suprema Ali Khamenei, ipotesi che però ignora la natura ideologica e radicale della teocrazia iraniana, decisa a resistere fino all’ultimo”.

E continua: ”I negoziati non avanzano: l’Iran mostra qualche apertura sul nucleare, ma rifiuta di rinunciare all’arricchimento dell’uranio e soprattutto allo sviluppo dei missili balistici. Per attrarre Trump, Teheran tenta la carta del deal, offrendo petrolio, terre rare e investimenti americani, ma la revoca delle sanzioni resta politicamente impraticabile”.


L’Iran rappresenta il test più complesso e rischioso per la leadership di Donald Trump nel suo secondo mandato. La strategia americana oscilla, come già in passato, tra pressione economica, tentativi di negoziato e minacce militari, senza una linea stabile.

Dopo aver sperimentato la “massima pressione” con sanzioni ed embargo e aver colpito duramente il regime con l’uccisione del generale Qasem Soleimani, Trump torna a valutare un compromesso con Teheran, alternandolo all’ipotesi di un intervento militare a intensità variabile. Arriva persino a immaginare uno “scenario venezuelano”, cioè un’uscita di scena negoziata della Guida Suprema Ali Khamenei, ipotesi che però ignora la natura ideologica e radicale della teocrazia iraniana, decisa a resistere fino all’ultimo.

I negoziati non avanzano: l’Iran mostra qualche apertura sul nucleare, ma rifiuta di rinunciare all’arricchimento dell’uranio e soprattutto allo sviluppo dei missili balistici. Per attrarre Trump, Teheran tenta la carta del deal, offrendo petrolio, terre rare e investimenti americani, ma la revoca delle sanzioni resta politicamente impraticabile.

Sul fronte militare, Trump è frenato dagli stessi vertici Usa, che avvertono dei costi enormi di una guerra: attacchi missilistici contro basi americane, molte vittime e un pericoloso impoverimento degli arsenali. A ciò si aggiunge il fattore elettorale: a pochi mesi dalle elezioni di midterm, una nuova guerra sarebbe impopolare, soprattutto tra l’elettorato Maga, che aveva creduto alla promessa di Trump di tenere l’America fuori dai conflitti e ora teme una deriva simile a quella di George W. Bush.

Anche gli alleati regionali, in particolare i sauditi e i governi sunniti legati agli Accordi di Abramo, non vogliono una guerra che potrebbe incendiare l’intero Medio Oriente. Nel frattempo, l’Iran — sostenuto indirettamente dalla Cina — persegue una strategia di logoramento dell’Occidente, simile a quella russa in Ucraina.

Trump appare così un leader ondivago, contraddittorio nelle dichiarazioni e imprevedibile nelle mosse, mentre l’Europa resta sostanzialmente spettatrice, pur avendo enormi interessi geopolitici ed energetici in gioco. Restare ai margini, conclude Gaggi, è una scelta rischiosa: la partita iraniana è troppo decisiva per il futuro degli equilibri nel Golfo e nel Medio Oriente per essere semplicemente osservata da lontano.

27 febbraio 2026