Goffredo Buccini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui analizza la crescente irrilevanza politica dell’Europa nel panorama geopolitico mondiale, messa a nudo dal confronto tra l’attivismo (seppur brutale e transazionale) di Donald Trump e l’impotenza decisionale dell’Unione Europea.
Sostiene Buccini: ”Per giocare davvero la partita ucraina bisognerebbe guarire dall’irrilevanza politica, figlia d’una cattiva gestione del turbinoso allargamento europeo dei primi anni Duemila. Una sorta di astenia affligge la nostra Unione nella sua forma di consesso intergovernativo paralizzato da veti reciproci. Ne è conseguenza un impeto declaratorio cui non corrisponde in genere alcuna azione concreta: ciò che un amaro Guy Verhofstadt battezzò «la politica dell’annuncio», ovvero «la costante promozione di grandi obiettivi senza i mezzi necessari per realizzarli». L’ultimo esempio nel dossier ucraino? L’esito del Consiglio europeo nella notte fra il 18 e il 19 dicembre. Un insuccesso di cui sono state date rassicuranti spiegazioni «tecniche». Ma la questione non è affatto tecnica. Per mesi l’Unione, con Ursula von der Leyen, è andata sbandierando l’intenzione di usare i famosi asset russi congelati in Europa, tramite i quali sostenere l’Ucraina aggredita, punendo al contempo l’aggressore: una mossa non solo economica ma etica e politica, che spaventava Mosca e indispettiva Washington, da cui sono arrivate infatti pesanti pressioni”.
1. L’ombra di Trump e la posizione di Zelensky. Buccini osserva come le sorti del conflitto ucraino sembrino ormai decise a Mar-a-Lago. Donald Trump gestisce il dossier con una logica da uomo d’affari, trattando Volodymyr Zelensky come un partner subordinato (“Lui non ha nulla in mano finché non lo approvo io”). Zelensky, dal canto suo, è costretto ad assecondare le “bizze” del leader americano, tentando di attirarlo con le opportunità di business legate alla ricostruzione.
2. L’Europa come “alleato dai piedi d’argilla”. Mentre Zelensky cerca disperatamente una “cintura di sicurezza” europea, l’UE si dimostra incapace di agire. Buccini cita Bill Emmott e Guy Verhofstadt per descrivere un’Europa che subisce umiliazioni (dai dazi al caso Musk-Breton) e che pratica la “politica dell’annuncio”: proclama grandi obiettivi senza mai avere i mezzi o la volontà politica per realizzarli.
3. Il fallimento degli asset russi L’esempio più recente di questa impotenza è il mancato accordo sull’utilizzo dei beni russi congelati per sostenere Kiev. Nonostante le promesse di Ursula von der Leyen, il Consiglio Europeo ha fatto marcia indietro di fronte alle pressioni americane e ai timori tecnici (rischi di ritorsioni legali o fuga di capitali stranieri). Per l’autore, questa è la prova di un’Europa che non sa fare lo “scatto” necessario per essere un attore credibile.
4. La paralisi istituzionale e le soluzioni. La causa di questa “astenia” europea risiede in una struttura intergovernativa bloccata dai veti incrociati e dalla mancanza di legittimazione popolare dei suoi leader. Buccini concorda con le proposte (rilanciate anche da Tajani) per salvare l’UE dal diventare un insieme di “staterelli vassalli” di USA, Russia o Cina:
- Eliminazione del diritto di veto su materie fondamentali.
- Elezione diretta di un unico presidente che riunisca Commissione e Consiglio.
- Potere legislativo al Parlamento Europeo.
Conclusione. Senza una riforma radicale e l’attuazione del “Rapporto Draghi” (di cui finora è stato implementato solo l’11%), l’Europa è destinata a restare un soggetto passivo. Mentre i leader europei invocano una “pace giusta”, il loro ruolo rischia di ridursi a quello del coro nella tragedia greca: spettatori che commentano gli eventi senza avere alcun potere di influenzarli.
29 dicembre 2025





