L’ambasciatore Stefano Stefanini ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui descrive il progressivo scivolamento del confronto tra Donald Trump e l’Iran verso un pericoloso limbo di “né guerra né pace”, segnato da minacce verbali, blocchi navali e assenza di una vera strategia diplomatica. Dopo un iniziale tentativo di dialogo, Washington e Teheran sono tornate al linguaggio dello scontro, più congeniale a entrambe le parti. Da un lato Trump ostenta posture muscolari e messaggi social; dall’altro Mojtaba Khamenei minaccia apertamente la presenza americana nel Golfo e rivendica un nuovo controllo iraniano dello Stretto di Hormuz.
Scrive Stefanini: ”La lingua batte dove il dente duole. E Donald Trump quello che duole è il “deal” con Teheran che non arriva. Gli iraniani fanno i difficili. Deve pertanto decidere cosa fare. Ha scoperto il blocco navale. L’idea di tenere l’Iran sotto assedio marittimo non gli dispiace. La vede come la miglior leva di pressione. Minimizza costi e rischi. Da Troia in poi è classica strategia militare, pur con alterne fortune. Magari trova anche un cavallo da infiltrare a Teheran. L’alternativa, che però pure lo tenta, è un colpo spettacolare – impadronirsi dell’uranio arricchito, prendere Kharg, occupare il litorale iraniano sullo Stretto. Il Pentagono gli sta diligentemente sottoponendo i piani per ogni possibile opzione. Per non fare come i suoi predecessori, Lyndon Johnson, Richard Nixon, Jimmy Carter, G. W. Bush, Barack Obama, tutti incompetenti per definizione, Trump si è tenuto alla larga da truppe sul terreno, invise alla galassia Maga. Ma, soprattutto, cosa gli garantisce che una di queste mosse, pur riuscita tatticamente, avrebbe il successo strategico di cui ha bisogno per chiudere la partita – la capitolazione dell’Iran alle richieste americane sul tavolo da prima della guerra? Nulla”.
E continua: ”A lungo, Donald Trump si è detto convinto che i “nuovi” leader fossero pronti a venire a patti per vedersi proposti patti evidentemente non molto diversi da quelli della vecchia. Ormai si sarà convinto anche lui che “morta la Guida Suprema, viva la Guida Suprema” per di più ereditaria. Mojtaba Khamenei ha addirittura alzato il tiro parlando di «nuova gestione» dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran che «porterà calma e progresso» e benefici economici a tutte le nazioni eliminando «gli abusi del nemico sulle vie navigabili».
Secondo Stefanini, il presidente americano è ossessionato dal mancato “deal” sul nucleare iraniano. Per ottenerlo, valuta opzioni che vanno dall’assedio marittimo a colpi spettacolari e limitati, sottovalutandone però costi, rischi e soprattutto l’efficacia strategica. La cosiddetta “terza guerra del Golfo” appare così inconcludente: enormi spese, nessuna caduta del regime, negoziati riportati al punto di partenza e un’Iran che dispone ora di un’arma di pressione decisiva, la possibile chiusura di Hormuz, con effetti devastanti sull’economia globale ed europea.
Il conflitto, osserva l’autore, produce paradossali vincitori indiretti: la Russia, alcune compagnie energetiche e chi sa speculare sulle esternazioni di Trump. L’Iran, pur indebolito, resta in piedi e anzi rafforza la continuità del potere, confermando che la leadership post-Guida Suprema non è affatto più conciliante.
Nel quadro entra come attore chiave Vladimir Putin, che potrebbe fungere da mediatore. A Mosca conviene uno stallo prolungato: tiene Teheran dipendente e distrae gli Stati Uniti. Ma qualsiasi aiuto russo sul dossier nucleare avrebbe un prezzo, probabilmente sull’Ucraina, aprendo nuove fratture tra Washington e gli europei.
Il punto più critico, per Stefanini, riguarda proprio l’Europa. Trump mostra disinteresse se non ostilità verso gli alleati, include anche l’Italia tra gli “ingrati” e mette in discussione il ruolo transatlantico. Per gli europei, però, Hormuz non è una crisi lontana: un blocco duraturo è un atto ostile che colpisce direttamente i loro interessi vitali. Per questo, conclude l’editoriale, l’Europa non può limitarsi a dire “non è la nostra guerra”: deve restare ferma sull’Ucraina, ma anche prepararsi a un ruolo più pragmatico e autonomo nel Golfo, perché ignorare il “pozzo nero” di Hormuz sarebbe farlo a proprio rischio e pericolo.
2 maggio 2026





