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Editoriali

Difendersi per avere la pace

Il prof. Angelo Panebianco ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che di fronte a un’opinione pubblica confusa e spaventata è necessario chiarire che l’amore per la pace è proprio di qualunque persona dotata di senno. Ma le sue degenerazioni ideologiche sono alibi per giustificare l’inazione, per nobilitare l’atteggiamento di chi nasconde la testa sotto la sabbia.

Dice Panebianco: ”Si consideri quel gioco delle tre carte in cui l’élite politica indulge a seconda delle circostanze, quando di volta in volta, in base alla convenienza del momento, si dichiara cosmopolita (viva l’Onu) oppure sovranista, e ancora cosmopolita (di nuovo viva l’onu) o europeista. Fingendo di non vedere incompatibilità, incoerenze e paradossi. Fu il governo Meloni a invocare l’Onu quando circolava l’ipotesi (poi tramontata, causa l’indisponibilità russa a una qualsiasi tregua in Ucraina) di mandare là truppe europee come forze di interposizione. Ed è ora l’opposizione a invocare di nuovo l’onu mentre si discute se mandare navi militari europee a Hormuz. Questo tirare in ballo, a corrente alterna, l’Onu quando non si sa come cavarsela di fronte ai propri elettori, merita attenzione. Per cominciare va detto che l’uso, tra lo strumentale e l’ideologico, dell’Onu (vogliamo chiamarlo «onuismo»?) sembra essere una specialità italiana. Chi studia il nostro Paese dovrebbe occuparsene. Perché ha molto a che fare con quegli alibi, o razionalizzazioni ideologiche, di cui sopra si è detto. C’è qui da noi chi spaccia l’onu per un embrionale o possibile «governo mondiale». Un’idea ridicola. L’Onu è soltanto un consesso di Stati, un foro in cui le varie posizioni, i vari interessi nazionali, vengono pubblicamente esposti. Ciò che vi accade aiuta a capire quali siano le alleanze e le contro-alleanze del momento. C’è poi chi è solito trattare persino le dichiarazioni del Segretario generale (l’attuale non è noto per la sua imparzialità di fronte ai conflitti in corso) come se fossero sentenze della Corte costituzionale italiana. Sono quelli che amano invocare la «legalità» internazionale (anche se, ovviamente, non saprebbero definirla) . Come se il sistema internazionale fosse una specie di «Stato di diritto» globale e l’Onu una super-magistratura che stabilisce imparzialmente ragioni e torti. Nulla di tutto questo è vero, ovviamente. L’Onu (erede della Società delle Nazioni) è figlia di una idea che ha le sue radici nella tradizione liberale occidentale, l’idea che fosse possibile superare la competizione di potenza dando vita a un sistema di sicurezza collettiva. Un ideale generoso. In virtù del quale l’onu ha svolto spesso un’opera assai utile di limitazione dei conflitti in questa o quell’area. È questa, possiamo dire, la parte migliore dell’attività dell’Onu, sono questi i suoi veri meriti, come ha ricordato in occasione del 25 Aprile il Presidente Mattarella. Tuttavia, nonostante le ambizioni, o le illusioni iniziali, l’Onu non ha mai eliminato la competizione di potenza. Né all’epoca della Guerra fredda, ai tempi della contrapposizione Usa/urss, né oggi. In sede Onu, inoltre, ormai contano sempre più Paesi e culture assai lontane da quella tradizione liberale di cui la suddetta organizzazione è una filiazione. Paesi che, come è naturale, cercano di favorire in quella sede decisioni coerenti con i propri interessi. Chi idealizza l’Onu dovrebbe chiedersi come mai un regime come quello iraniano sia sempre trattato con i guanti da quelle parti. Spacciato, di volta in volta, per un campione dei diritti umani o per un credibile fautore dello «sviluppo sociale» (sic)”.


Panebianco parte da un dato politico e culturale allarmante: una parte rilevante dell’opinione pubblica italiana è contraria ad aumentare la spesa militare, incline a riprendere rapporti energetici con la Russia e ostile a qualunque coinvolgimento diretto in missioni di sicurezza internazionale (come nello stretto di Hormuz). Questo atteggiamento, secondo l’autore, rivela una tendenza diffusa a “tirare a campare”, ignorando i rischi futuri per il Paese e il contesto internazionale.

Da qui nascono due problemi centrali:

  1. Come può un governo garantire la sicurezza nazionale se una parte consistente degli elettori rifiuta qualsiasi costo o responsabilità?
  2. Come smascherare le ideologie-alibi che giustificano l’inazione sotto una retorica pacifista?

Panebianco critica duramente l’uso strumentale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, invocata a corrente alternata da governi e opposizioni per evitare scelte impopolari. Questo atteggiamento, definito ironicamente “onuismo”, consiste nel presentare l’ONU come un’autorità morale o giuridica superiore, quasi un embrione di governo mondiale: un’illusione pericolosa. In realtà, l’ONU è un consesso di Stati, dominato da interessi nazionali e da rapporti di forza, non una super-magistratura imparziale.

Pur riconoscendo i meriti storici dell’ONU nella limitazione di alcuni conflitti (come ricordato anche da Sergio Mattarella), Panebianco sottolinea che essa non ha mai eliminato la competizione di potenza, né durante la Guerra fredda né oggi. Idealizzarla serve solo a evitare decisioni difficili, specie in un mondo sempre più instabile.

L’autore denuncia inoltre l’incoerenza di una classe politica che oscilla tra cosmopolitismo, sovranismo ed europeismo a seconda della convenienza del momento, fingendo che non vi siano contraddizioni. Chi si dice europeista, afferma, dovrebbe valutare le decisioni ONU in base agli interessi concreti dell’Europa, non accettarle automaticamente in nome di una presunta “legalità internazionale”.

Infine, Panebianco assegna un ruolo importante alla Chiesa cattolica: proprio perché l’“onuismo” affonda le sue radici in una versione secolarizzata dell’universalismo cattolico, la Chiesa può aiutare gli italiani a distinguere tra amore per la pace e rifiuto della difesa. Non c’è contraddizione — sostiene l’autore — tra un atteggiamento pacifico e il dovere dei governi di proteggere i propri cittadini.

Conclusione netta: se i pericoli internazionali sono destinati a crescere, occorre dirlo chiaramente agli italiani, liberandosi di illusioni, alibi ideologici e pacifismi irresponsabili. Difendersi non è l’opposto della pace: è la sua condizione.

28 aprile 2026