Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui scrive della crisi del Golfo che si trova in una nuova fase: i combattimenti sono stati sospesi e domina lo scontro geo-economico. Gli Stati Uniti provano a rovesciare contro il regime iraniano le sue stesse tattiche di strangolamento delle risorse. È una gara di resistenza, si tratta di vedere chi cede per primo allo sfinimento economico. L’Iran mantiene minacce che di fatto bloccano Hormuz.
Rivela Rampini: «Un ex ufficiale americano oggi studioso di strategia sostiene che la guerra in Iran segna la fine di una dottrina militare e l’inaugurazione di una nuova stagione. Mike Lyons ha spiegato sul Wall Street Journal la sua tesi. Secondo lui questa è la prima operazione americana su larga scala, da una generazione a questa parte, ad abbandonare la «gestione misurata dell’escalation» e la «risposta proporzionata», sostituendola con una forza schiacciante impiegata fin dall’inizio. Per decenni, la risposta proporzionata ha funzionato meno come strategia che come rituale: colpire un ripetitore, bombardare una caserma. Questa teoria, codificata nella dottrina deterrente della Guerra Fredda, sosteneva che rispondere alla forza con una forza più o meno equivalente avrebbe consentito di controllare «percorso e velocità dell’escalation». Di fatto queste regole d’ingaggio proteggevano i santuari del nemico. Epic Fury ha gettato via quel manuale. Quasi 900 attacchi in 12 ore hanno colpito simultaneamente infrastrutture militari iraniane, difese aeree e leadership del regime. È stata una dimostrazione di superiorità travolgente, inflitta come colpo d’apertura. La dottrina dell’escalation controllata, con il suo approccio colpo su colpo, è stata accantonata. Le infrastrutture civili iraniane — rete elettrica, sistemi idrici e terminal petroliferi — sono state risparmiate. Quando le forze americane hanno colpito l’isola di Kharg, gli attacchi si sono concentrati su obiettivi militari, non sugli impianti che consentono alle petroliere di operare. Questo riflette un calcolo: gli Stati Uniti hanno trasformato le infrastrutture civili in una moneta di scambio negoziale. Washington preserva per il restante gime un incentivo alla sopravvivenza. È un «ponte d’oro» attraverso il quale una leadership menomata può ritirarsi sostenendo che non tutto è andato perduto. Serve anche agli interessi americani. Dopo aver smantellato l’infrastruttura militare iraniana, gli Stati Uniti sono passati a un assedio statico. Questo blocco è la nuova proporzionalità: devanei suoi effetti economici, ma capace di conservare la leva strategica garantita dai terminali petroliferi lasciati intatti. «L’uscita richiederà un’architettura, non soltanto un negoziato — sostiene Lyons —. Il nuovo leader supremo iraniano guida un regime consumato da lotte interne di potere. Non è in grado di firmare una resa incondizionata. Ha bisogno di una narrazione da offrire ai suoi fedelissimi per spiegare perché può fermarsi». Tra gli accordi possibili: liberazione di prigionieri, una hudna — tregua temporanea prevista dal diritto islamico — collegata a concessioni tangibili. Gli Stati Uniti dovrebbero cercare l’espulsione di giovani detenuti politici per salvarli dall’esecuzione imminente, offrendo alla diaspora dell’opposizione qualcosa che desidera. «La storia profonda — scrive l’ufficiale Usa — riguarda ciò che questo conflitto ha dimostrato sul futuro della potenza militare americana. Dopo la Guerra Fredda si era diffusa l’idea che la superiorità americana fosse diventata auto-dissuasiva: così schiacciante che il suo impiego avrebbe provocato una crisi globale, rendendola inutilizzabile. L’iran per 30 anni ha costruito un’architettura strategica fatta di milizie proxy, capacità asimmetriche e ambiguità nucleare, progettata per sfruttare l’auto-contenimento americano. Qualunque giudizio si dia dell’operazione Epic Fury, il segnale è inequivocabile: gli Stati Uniti sono disposti a usare una forza schiacciante, senza ansie sui rischi di escalation. È un’america diversa da quella su cui Iran e Cina avevano costruito i loro modelli strategici. Ora stanno aggiornando quei modelli. I media continueranno a raccontare questa guerra come una storia su Trump. È un loro diritto, ed è un loro errore. La vera storia è più grande di qualsiasi presidente e durerà ben oltre questo ciclo di notizie».
Rampini descrive la crisi del Golfo come entrata in una fase nuova: i combattimenti diretti sono di fatto sospesi, ma lo scontro continua. Gli Stati Uniti stanno cercando di rovesciare contro l’Iran le stesse tattiche di strangolamento economico usate da Teheran, trasformando il conflitto in una gara di resistenza basata sull’esaurimento delle risorse. Le minacce iraniane continuano di fatto a bloccare lo stretto di Hormuz, con effetti globali.
La United States Navy intercetta navi iraniane per tagliare i flussi finanziari del regime, ma l’operazione è complessa e lunga: Teheran ha predisposto una “flotta fantasma”, con petrolio stoccato in mare e travasi da nave a nave, spesso verso petroliere cinesi, che rendono difficile l’applicazione dell’embargo.
Il cuore dell’analisi riguarda però la svolta dottrinale americana. Rampini richiama le tesi di Mike Lyons, ex ufficiale Usa, espresse sul Wall Street Journal: la guerra contro l’Iran segna l’abbandono della dottrina della “risposta proporzionata” e della gestione graduale dell’escalation, eredità della Guerra fredda.
Con l’operazione Epic Fury, gli Stati Uniti hanno invece impiegato una forza schiacciante fin dall’inizio: circa 900 attacchi in 12 ore hanno colpito simultaneamente infrastrutture militari, difese aeree e vertici del regime iraniano. Le infrastrutture civili (energia, acqua, terminal petroliferi) sono state risparmiate deliberatamente.
Questa scelta risponde a un calcolo strategico: le infrastrutture civili diventano una leva negoziale, un “ponte d’oro” che consente a una leadership iraniana indebolita di fermarsi senza una resa umiliante. Dopo il colpo iniziale devastante, Washington passa a un assedio statico, in cui il blocco economico sostituisce la vecchia proporzionalità militare.
Secondo Lyons, un’uscita dal conflitto richiederà un’architettura politica, non solo un negoziato: possibili accordi includono scambi di prigionieri, una hudna (tregua temporanea nel diritto islamico) e concessioni che permettano al regime di salvare la faccia, anche sul fronte della repressione interna.
La conclusione di Rampini è netta: questa guerra non va letta solo come un episodio legato a Donald Trump. Il messaggio strategico è più profondo e duraturo: l’idea che la superiorità militare americana fosse ormai “auto-dissuasiva” è tramontata. Gli Stati Uniti dimostrano di essere disposti a usare una forza travolgente senza timori di escalation, costringendo Iran e Cina a rivedere i propri modelli strategici.
Questa è la vera notizia, destinata a durare ben oltre l’attualità politica.
28 aprile 2026





