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Esteri

Donald nel Paese dell’odio

Alan Friedman ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui scrive del terzo attentato nei confronti del presidente degli Stati Uniti: parte dagli spari al Washington Hilton, durante una serata simbolo dell’establishment americano, per sostenere che non si tratta dell’ennesimo episodio di violenza casuale, ma del riflesso di un clima politico profondamente avvelenato. La tesi centrale è che la violenza negli Stati Uniti non possa essere spiegata solo con la diffusione delle armi: il vero fattore distintivo è l’escalation dell’odio politico, cresciuto in modo marcato con l’ascesa di Donald Trump.

Scrive Friedman che nell’era Trump:”i nemici si sono moltiplicati. Immigrati. Giudici. Procuratori. Giornalisti. Università. Democratici. Alleati europei. Ex collaboratori che hanno detto la verità. Funzionari che hanno rispettato la legge. Addetti elettorali colpevoli di aver certificato risultati sgraditi. Nell’universo trumpiano il dissenso non è legittimo confronto ma tradimento. Le istituzioni indipendenti non sono garanzie democratiche ma congiure. I fatti diventano negoziabili quando disturbano. Gli avversari vanno puniti. E la vendetta, per Trump, è un piatto da servire bollente.

La rottura decisiva arriva il 6 gennaio 2021. Un presidente sconfitto rifiuta il verdetto degli elettori, convoca i sostenitori a Washington, li incendia con le parole e poi osserva l’assalto al Campidoglio. In qualunque democrazia matura sarebbe la fine di una carriera politica. Nell’America di Trump è il preludio del ritorno.

Rientrato alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha riabilitato molti protagonisti di quella giornata, definendoli patrioti, ostaggi, vittime di uno Stato corrotto. Alcuni sono stati graziati, altri riciclati politicamente. Uno dei condannati del 6 gennaio oggi corre perfino per il Congresso. Il messaggio è chiarissimo: la violenza al servizio della causa giusta può essere perdonata; quella in difesa del capo può perfino essere onorata.È così che si spostano i confini morali.”

Trump, secondo Friedman, non ha inventato la violenza americana, ma l’ha legittimata e normalizzata. Ha trasformato il vittimismo in ideologia, il risentimento in strategia elettorale, la crudeltà in linguaggio politico e la vendetta in metodo di governo. La paura e la rabbia, più della speranza o dei programmi, sono diventate strumenti di mobilitazione di massa.

Il punto di rottura è il 6 gennaio 2021: un presidente sconfitto rifiuta il verdetto elettorale, incita i sostenitori e assiste all’assalto al Congresso. In una democrazia matura sarebbe stata la fine politica; nell’America di Trump è diventata l’anticamera del ritorno al potere. Tornato alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha riabilitato protagonisti dell’assalto, li ha graziati o riciclati politicamente, inviando un messaggio chiaro: la violenza “per la causa” può essere perdonata o addirittura onorata.

Questo ha spostato i confini morali: minacciare giudici, intimidire funzionari elettorali, colpire giornalisti o avversari politici viene normalizzato e giustificato come attivismo o patriottismo. In un simile contesto, sostiene Friedman, il “lupo solitario” non nasce dal nulla, ma da una cultura della disumanizzazione resa quotidiana dal linguaggio politico e dai social.

L’articolo cita dati allarmanti: cresce il numero di americani che considerano accettabile la violenza politica, con percentuali molto più alte tra gli elettori trumpiani. Le rilevazioni del Pew Research Center, di Quinnipiac e di Reuters mostrano un aumento costante di episodi di violenza politica dal 2021 in poi, ai livelli più alti dagli anni Settanta.

A differenza degli anni Sessanta, però, oggi non c’è alcun grande movimento emancipatore alla base del conflitto: c’è una politica della paura e della paranoia, alimentata da complottismo, algoritmi e culto dell’uomo forte. Friedman individua in Trump tre pulsioni dominanti — ego, denaro e vendetta — che spiegano l’aggressività permanente verso avversari, istituzioni e persino alleati.

La conclusione è cupa ma netta: gli spari di Washington non sono un incidente, bensì un sintomo. Gli Stati Uniti restano una nazione straordinaria, ma nessuna repubblica è al sicuro quando il leader più potente normalizza l’odio, trasforma la cattiveria in spettacolo e convince milioni di cittadini che l’ostilità sia una forma legittima di governo. Sotto Trump, avverte Friedman, l’America rischia di perdere la propria anima mentre applaude.

27 aprile 2026