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Un’epoca finita

Antonio Polito ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera in cui si sofferma sulla difficile situazione degli Stati Uniti ((anche se Trump la nega). Prima o poi la presidenza Trump finirà (perchè prima o poi finirà} e i cittadini americani ne trarranno il bilancio calcolando sulla crescita o meno del proprio reddito, del potere d’acquisto e delle opportunità di lavoro.

Aggiunge Polito: ”Ma per noi, il resto del mondo, ciò che conterà sarà quanto quel Paese sia rimasto in grado di svolgere un ruolo di regolatore globale e di risolutore delle crisi; cui origini, storia e potenza lo chiamano. Al momento in cui scriviamo (questa premessa è indispensabile nel caso di un presidente noto per fare solo una parte di ciò che dice, e non si sa mai quale), la guerra all’iran sembra destinata a danneggiare seriamente quella funzione. Riducendo la capacità dell’america di essere temuta e rispettata allo stesso tempo; di parlare gentilmente con tutti, portando con sé un robusto bastone, secondo il celebre motto attribuito a Teodoro Roosevelt”


La presidenza di Donald Trump segna la possibile fine di un’epoca: quella in cui gli Stati Uniti erano il garante stabile dell’ordine globale.

Per gli americani, il giudizio su Trump sarà economico (redditi, lavoro, benessere). Per il resto del mondo, invece, il punto decisivo è se gli USA resteranno capaci di esercitare leadership internazionale, cioè di essere allo stesso tempo temuti e rispettati.

Secondo Polito, la guerra con l’Iran rischia di indebolire proprio questa funzione:

  • sul piano militare, mostra che la potenza americana, pur enorme, non è più sufficiente a imporre una vittoria netta contro Stati determinati a resistere;
  • questo può incoraggiare altre potenze (come Cina e Russia) a sfidarla;
  • inoltre mette in dubbio la capacità degli USA di sostenere più conflitti contemporaneamente.

Anche sul piano diplomatico, la situazione è critica:

  • la rete di alleanze occidentali si sta sgretolando;
  • i rapporti con l’Europa si stanno incrinando (NATO, dazi, divergenze strategiche);
  • paradossalmente, alcuni Paesi mediorientali risultano oggi più vicini a Washington di quanto lo siano storici alleati europei.

Da qui la tesi centrale: si sta chiudendo l’epoca della centralità americana e dell’unità transatlantica.

Chiosa Polito: ”L’aspetto principale da considerare è che né come Italia né come Europa disponiamo di un bastone neanche lontanamente capace di sostituire quello americano. E non lo saremo ancora per molti anni a venire, per quanti soldi fossimo disposti a spendere. Allo stesso tempo, l’idea di un’europa neutrale nel gioco delle grandi potenze, equidistante tra Washington e Mosca, tra l’atlantico e l’asia, è un’illusione. Innanzitutto perché in quel caso non ci sarebbe più un’unica Europa ma, come le vicende ungheresi e finlandesi dimostrano, si spaccherebbe rapidamente in due o più parti. Infine, l’enorme peso degli interessi economici, degli interscambi, della circolazione dei capitali finanziari, delle tecnologie digitali, del dollaro, del benessere che in questi ottant’anni l’intesa transatlantica ha consentito ai Paesi europei, dovrebbe farci tremare al solo pensiero di perderlo. In una parola: il nostro no a Sigonella, pur dovuto, è una prova di debolezza, non di forza (in questo ben diverso da quello di Craxi). E perciò proporre ora di allargare quello strappo è infantile”.

Polito si chiede allora come debba reagire l’Europa:

  • non ha una forza militare comparabile a quella americana;
  • non può realisticamente diventare neutrale tra le grandi potenze;
  • una rottura con gli USA comporterebbe gravi costi economici e politici.

Per questo, conclude che l’Europa (e l’Italia) non dovrebbe illudersi di guadagnare autonomia rompendo con Washington. Al contrario, dovrebbe impegnarsi a mantenere e ricostruire il legame con gli Stati Uniti, evitando di spostarsi verso alternative come Russia o Cina.


In breve: Polito interpreta l’era Trump come un passaggio che indebolisce la leadership globale americana e mette in crisi l’alleanza con l’Europa; ma avverte che per gli europei rompere con gli USA sarebbe più pericoloso che liberatorio.

2 aprile 2026