Alberto Simoni ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui ricostruisce il terzo episodio in cui un uomo armato è riuscito ad avvicinarsi pericolosamente a Donald Trump, dopo Pennsylvania e Mar-a-Lago, sollevando gravi dubbi sull’efficacia preventiva del Secret Service.
Se la reazione operativa all’attacco è stata giudicata impeccabile – l’aggressore è stato neutralizzato prima di rappresentare una minaccia reale – ciò che appare gravemente insufficiente è la prevenzione del rischio.
Scrive Simoni: ”C’è la risposta a un attacco e c’è la prevenzione. La risposta ieri è stata da manuale, l’aggressore è stato neutralizzato dopo aver sfondato l’estremo perimetro della sicurezza e quindi non ha mai rappresentato una minaccia reale per il presidente. L’agente ferito è stato dimesso ieri. Quello però che non ha funzionato è la prevenzione del rischio. E qui le domande che già l’altra sera ai massimi livelli del Secret Service si provava a rispondere – anche per trovare i corretti aggiustamenti per il futuro – sono maggiori. La prima riguarda il cosiddetto “perimetro di sicurezza”, ovvero la zona entro il quale il presidente può muoversi in massima sicurezza. Essa varia a seconda dei luoghi e della modalità degli eventi. Il Washington Hilton non era tutto incluso nel cosiddetto perimetro di sicurezza”.
E aggiunge: ”Quanto accaduto all’Hilton evidenzia però non solo alcune lacune preventive, ma mette nel mirino Kash Patel. È il capo dell’Fbi e nel marzo del 2025 aveva avviato un ridimensionamento negli uffici e fra lo staff impegnato nel contrasto e monitoraggio del terrorismo domestico. Una mossa che era stata vista come pericolosa poiché avrebbe minato la capacità degli inquirenti di contrastare suprematismo bianco e gli estremisti antigovernativi. Una lettura a suo tempo politica vedeva nella mossa di Patel un’indicazione su una minore attenzione da parte dell’Fbi a seguire fenomeni come la violenza innescata dall’ideologia ultraconservatrice e suprematista. Il 7 aprile di quest’anno Patel ha creato invece l’unità Nspm-7 per identificare preventivamente i pericoli interni, e il suo compito sarebbe quello di «classificare gli attivisti americani come attori di minacce domestiche».
Il punto critico è il perimetro di sicurezza del Washington Hilton: una struttura vasta, non interamente “blindata”, con accessi liberi e controlli minimi nelle aree comuni. Questo ha permesso all’attentatore, Cole Tomas Allen, di muoversi indisturbato e arrivare armato fino ai controlli, evidenziando falle che avrebbero potuto provocare una strage se fossero stati usati ordigni o complici.
L’episodio riaccende anche le polemiche sul ruolo dell’FBI, e in particolare del suo direttore Kash Patel, che nel 2025 aveva ridimensionato le unità dedicate al terrorismo domestico. Nonostante post estremisti e segnali d’allarme sui social, Allen non era finito nei radar delle agenzie federali. Solo recentemente Patel ha creato una nuova unità di prevenzione, ma il caso mostra i limiti attuali del sistema di intelligence interna.
Infine, Simoni segnala un’ulteriore criticità: la lentezza burocratica nelle perquisizioni. Il direttore del Daily Beast, Hugh Dougherty, ha raccontato che la polizia ha atteso un mandato giudiziario prima di perquisire la stanza dell’attentatore, nonostante l’emergenza e la sicurezza nazionale in gioco.
In conclusione, l’articolo sostiene che il sistema ha funzionato nel contenere l’attacco, ma ha fallito nel prevenirlo, mettendo in luce vulnerabilità strutturali, scelte politiche controverse e un apparato di sicurezza che fatica ad adattarsi a una minaccia interna sempre più imprevedibile.
27 aprile 2026





