Sergio Fabbrini ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale in cui scrive che dopo due anni, solamente il 15,7 per cento delle 383 raccomandazioni dell’ex presdidente del Consiglio Mario Draghi è stato implementato. Nel 1952, Samuel Beckett, uno dei maggiori scrittori irlandesi, pubblicò un’opera intitolata Aspettando Godot, dove i due protagonisti discutono in attesa di una persona, Godot, che non arriva mai. Il Rapporto è l’equivalente di Godot. Siamo in attesa che venga implementato, ma non avviene. Perché Godot fatica ad arrivare?
Scrive Fabbrini: ”Primo. «L’Europa deve riorientare profondamente i suoi sforzi collettivi per colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina», a cominciare dall’IA. Secondo. L’Europa deve dotarsi di «un piano congiunto per la decarbonizzazione e la competitività. (…) La decarbonizzazione sarà un’opportunità per l’Europa. Ma se non riusciamo a coordinare le nostre politiche, c’è il rischio che la decarbonizzazione sia contraria alla competitività e alla crescita». Terzo. L’Europa «deve aumentare la propria sicurezza, riducendo le dipendenze. La sicurezza è un prerequisito per la crescita sostenibile. L’aumento dei rischi geopolitici può aumentare l’incertezza e frenare gli investimenti». Sulle tre aree, corrispondenti a tre transizioni (tecnologica, ambientale, militare), l’intervento europeo avrebbe dovuto essere strettamente coordinato, se non guidato da istituzioni sovranazionali (Commissione europea) e sostenuto da risorse comuni. Le tre transizioni avrebbero richiesto una mobilitazione di capitale pubblico e privato che il Rapporto quantificava a 800 miliardi di euro l’anno. Nel frattempo, il mondo è cambiato. Nel 2024 c’era Biden, ora c’è Trump. L’urgenza di un’iniziativa europea è diventata ancora più forte, in particolare nel campo della difesa (gli 800 miliardi sono divenuti 1.200 miliardi). Tale iniziativa europea, tuttavia, è ostacolata dalla maggioranza nazionalista emersa con le elezioni del Parlamento europeo dell’8-9 giugno 2024, oltre che predominante in molti governi nazionali. Le raccomandazioni del Rapporto non sono più condivise, ancora di meno lo è la proposta di soluzioni sovranazionali alle sfide delle tre transizioni”.
E prosegue: ”L‘Europa deve riformarsi oppure è destinata a sparire. Mai si erano presentate, nell’ultimo secolo, le condizioni per consentire all’Europa di fare un salto verso una propria sovranità, nella tecnologia, nell’energia e nella difesa. Ma la configurazione politica favorevole a fare quel salto è quanto mai debole. Per Daron Acemouglu e James A. Robinson, in Perché le nazioni falliscono, la storia è ricca di esempi di sistemi che sono declinati, quasi senza accorgersene, perché prigionieri di interessi particolaristici, preoccupati solamente del breve periodo. Non è il caso di liberare la strada del Godot europeo dalle barriere e logiche nazionaliste?”.
L’editoriale parte da un dato significativo: a due anni dalla presentazione del Rapporto Draghi sulla competitività europea, è stato attuato solo il 15,7% delle sue 383 raccomandazioni. Fabbrini paragona questa situazione all’opera Aspettando Godot di Samuel Beckett: il rapporto rappresenta un progetto molto atteso, ma che continua a rimanere sostanzialmente inattuato.
Il Rapporto individuava tre priorità strategiche per rilanciare l’Unione Europea:
- colmare il ritardo nell’innovazione rispetto a Stati Uniti e Cina, soprattutto nell’intelligenza artificiale;
- conciliare de-carbonizzazione e competitività economica;
- rafforzare sicurezza e difesa riducendo le dipendenze esterne.
Per raggiungere questi obiettivi sarebbe stato necessario un forte coordinamento sovranazionale, guidato dalla Commissione europea e sostenuto da ingenti investimenti comuni (stimati inizialmente in 800 miliardi di euro all’anno, oggi saliti a circa 1.200 miliardi).
Secondo Fabbrini, il principale ostacolo è diventato politico. Il rafforzamento delle forze nazionaliste nei governi e nel Parlamento europeo ha ridotto il consenso verso una maggiore integrazione europea e verso le soluzioni sovranazionali proposte da Draghi.
L’autore richiama poi il libro di Draghi Competere o sparire, in cui viene spiegato che il modello economico europeo è entrato in crisi perché:
- l’apertura commerciale è diventata una vulnerabilità;
- la dipendenza dalla domanda esterna espone l’Europa alle decisioni di altri Paesi;
- il ritardo nelle nuove tecnologie limita la competitività;
- la frammentazione istituzionale impedisce risposte efficaci alle sfide globali.
Fabbrini sottolinea che il problema principale non è solo esterno, ma anche interno: il mercato unico europeo è incompleto e gli interessi nazionali continuano a frammentare investimenti e politiche industriali, rendendole meno efficaci.
La soluzione proposta da Draghi è il “federalismo pragmatico”: se tutti gli Stati membri non sono pronti a procedere verso una maggiore integrazione, un gruppo di Paesi dovrebbe avanzare insieme, creando nuove istituzioni comuni sul modello della Banca centrale europea, come già avvenne con l’euro.
L’editoriale si conclude con un monito: l’Europa deve scegliere se riformarsi o rischiare il declino. Le condizioni storiche per rafforzare la propria sovranità in tecnologia, energia e difesa esistono, ma manca una sufficiente volontà politica. Richiamando gli economisti Daron Acemoglu e James Robinson, Fabbrini avverte che molte società sono entrate in declino perché bloccate da interessi particolari e da una visione di breve periodo. Per questo invita a superare le logiche nazionaliste che impediscono l’attuazione del Rapporto Draghi e il rafforzamento dell’integrazione europea.
28 luglio 2026





