Vito Mancuso ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui sostiene che Dio è un’invenzione umana, ma nel senso originario del termine inventio: non una creazione arbitraria,bensì una scoperta, un incontro. Dio non è “fabbricato”, ma rinvenuto nell’esperienza profonda dell’esistenza. Per alcuni è un’esperienza viva, per altri resta una fantasia legata all’ignoranza o alla paura della morte.
Afferma Mancuso: ”L’invenzione-scoperta di Dio si radica nella consapevolezza razionale di essere “immersi nel mistero”. Il concetto di mistero va ben al di là dell’orizzonte cognitivo: mistero è diverso da enigma. Il termine viene dal latino mysterium, a sua volta dal greco mysterion che deriva dal verbo myo che significa “chiudere”, detto di occhi e di bocca. La consapevolezza di essere di fronte a un enigma ti fa spalancare gli occhi per vedere e aprire la bocca per parlare, così da risolverlo; la consapevolezza di essere di fronte al mistero ti fa chiudere gli occhi e la bocca: non vuoi vedere nulla di esteriore, perché senti che c’è qualcosa che ti si rivela dentro; non vuoi parlare ma scendere nel grande silenzio dentro di te, perché senti che c’è qualcosa da udire”.
Questa distinzione non coincide con quella tra credenti e non credenti: si può aderire alle dottrine religiose senza aver mai “scoperto” Dio, così come si può dichiararsi non credenti e tuttavia essere intimamente in rapporto con il Divino. Mancuso cita Mahatma Gandhi come esempio di fede vissuta come esperienza vitale, e Norberto Bobbio come esempio di pensiero laico profondamente consapevole del mistero dell’esistenza.
Dalla lettera-testamento di Bobbio emergono quattro punti chiave: la confessione personale, il primato della ragione nel riconoscere il mistero, l’idea che il mistero resti tale, e il giudizio critico sulle religioni, tutte imperfette. Da qui Mancuso introduce una distinzione decisiva: non “Dio”, ma il “Divino”, realtà più profonda e inattingibile, richiamandosi a Meister Eckhart (Gott/Gottheit).
Il mistero non va confuso con l’enigma: l’enigma si risolve, il mistero si ascolta nel silenzio interiore. Anche se la scienza spiegasse tutto ciò che oggi è “oscuro”, il mistero del senso e del destino umano resterebbe intatto.
La differenza tra una posizione laica (Bobbio) e una religiosa (Gandhi) è affettiva: chi vive religiosamente il mistero ne avverte il volto come “intelligenza buona”, sintesi di verità e amore, che Mancuso richiama con Dante Alighieri: «luce intellettual piena d’amore».
Il cuore della riflessione è etico: l’indignazione per il male e la commozione per il bene sono ingenuità o rivelano una dimensione più vera della vita? Mancuso risponde, con Immanuel Kant, che in esse si manifesta una trascendenza morale, un “io invisibile” che supera la pura animalità.
La conclusione, affidata ai versi di Lucio Dalla, afferma che l’amore è il grande mistero dell’essere. Il Divino è l’orizzonte più alto creato dagli esseri umani per custodire, onorare e praticare questo mistero, in un mondo duro e contraddittorio, ma anche luminoso e musicale.
25 arile 2026





