Sergio Fabbrini ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale nel quale analizza la crisi del rapporto transatlantico, suggerendo che l’Europa debba superare sia la logica dell’attesa passiva sia quella dell’antagonismo ideologico.
Scrive Fabbrini: ”Seppure con fatica, le leadership europee hanno preso atto dei cambiamenti intervenuti nell’altra sponda dell’Atlantico (mentre le opinioni pubbliche sono diventate disincantate molto prima). Per tutto il 2025, quelle leadership hanno cercato di adattarsi alle intemperanze trumpiane, spaventate per le possibili conseguenze di una loro reazione in ambiti (come la sicurezza) in cui sono deboli. Hanno accettato di sottoscrivere l’ingiustificabile imposizione di tariffe con l’accordo di Turnberry, di promettere massicci investimenti in America, di comprare armi e tecnologie da produttori americani, di pagare l’America per la difesa dell’Ucraina. In cambio della loro arrendevolezza, hanno ricevuto il progressivo disimpegno dell’America dalla NATO, accompagnato da un sistematico disprezzo verso un’Europa considerata decadente. Un disprezzo che è giunto ad estendersi persino al Papa. Così nei primi mesi del 2026, le leadership europee hanno cominciato a prendere le distanze da Trump, con dichiarazioni esplicite (nei casi di Sanchez, Macron, Starmer e infine anche Merz) oppure con un quiet quitting o abbandono silenzioso (nel caso di Meloni). Ma prendere le distanze non è una strategia. Per elaborare quest’ultima occorre prendere atto che l’America è inaffidabile perché strutturalmente divisa al proprio interno. L’America non è più l’alleata che abbiamo avuto nel secondo dopoguerra, perché il suo nazionalismo interno le impedisce di ritornare all’atlantismo del passato. Anche un presidente democratico sarebbe prigioniero di tale divisione. In questo contesto, l’Europa deve né adattarsi né antagonizzarsi, ma definire ciò che è possibile fare con l’America, senza l’America e contro l’America, come hanno argomentato Barbara Lippert e Stefan Mair, curatori del recente Rapporto del “German Institute for International and Security Affairs”. L’Europa dovrà collaborare con l’America nella sicurezza (per ancora un po’ di tempo), dovrà agire senza l’America nella sua politica di accordi bi/plurilaterali, dovrà contrapporsi all’America nella promozione di un nuovo sistema internazionale contrario all’uso della forza. L’Europa dovrà differenziare le sue relazioni con l’America”.
Ecco i punti chiave della sua analisi:
1. La “contraddizione americana”
L’America non è diventata definitivamente nazionalista, ma è vittima di una polarizzazione strutturale. Fabbrini sottolinea come il Paese sia diviso tra internazionalismo liberale e nativismo autoritario.
- Fine del “silenziatore”: durante la Guerra Fredda, l’anti-sovietismo fungeva da collante bi-partitico. Caduto il muro di Berlino, le divisioni interne sono esplose.
- Inaffidabilità strutturale: questa spaccatura rende gli USA un alleato inaffidabile a prescindere da chi sieda alla Casa Bianca, poiché nessun orientamento riesce a stabilire una maggioranza egemone e duratura.
2. Il fallimento dell’adattamento europeo
L’autore osserva come, nel corso del 2025, le leadership europee abbiano tentato la via della condiscendenza (Accordo di Turnberry, acquisto di armi USA, tariffe subite) per mantenere la protezione americana.
- Risultato: l’arrendevolezza non ha fermato il disimpegno USA dalla NATO né il disprezzo di Trump verso l’Europa.
- Reazione: nel 2026 si è passati a una presa di distanze, tra dichiarazioni esplicite (Macron, Starmer, Merz) e il “quiet quitting” (Meloni).
3. La strategia della differenziazione
Secondo Fabbrini, l’Europa deve smettere di reagire emotivamente e iniziare a muoversi in modo autonomo attraverso una relazione differenziata con Washington:
- Con l’America: collaborare sulla sicurezza finché necessario.
- Senza l’America: agire autonomamente nella stipula di accordi commerciali bi/plurilaterali.
- Contro l’America: contrapporsi fermamente nella difesa di un sistema internazionale basato sulle regole e contrario all’uso della forza.
In sintesi: l’Europa deve rassegnarsi al fatto che l’America del secondo dopoguerra non tornerà più. La soluzione non è lo scontro frontale, ma la capacità di “camminare sulle proprie gambe”, decidendo caso per caso quando cooperare e quando agire in totale autonomia.
10 maggio 2026





