L’ambasciatore Stefano Stefanini ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui analizza le crescenti difficoltà della seconda amministrazione Trump tra tensioni belliche e instabilità interna.
Scrive Stefanini: ”Sulla guerra all’Iran Donald Trump ha fretta, gli iraniani no e Hormuz rimane chiuso. Qualcosa cederà, prima o poi, speriamo prima perché i danni si cumulano, a Teheran o a Washington, o su entrambi i versanti se e quando andrà a buon fine l’attivismo dei bravi mediatori pakistani. Malgrado la strapotenza militare Washington è il negoziatore più debole perché il presidente ha un disperato bisogno di chiudere al più presto la partita. Dopo ormai due mesi si è trasformata da una guerra per liberare l’Iran dal barbaro giogo teocratico – obiettivo dimenticato – a una coercizione militare con dichiarati scopi strategici – programma nucleare, uranio arricchito, missili balistici, di Teheran – a un braccio di ferro per la riapertura dello Stretto”.
E continua: ” Conosciamo troppo poco delle dinamiche interne alle dirigenze iraniane, teocratica e militare. Fanno apparire la vecchia cremlinologia sovietica un gioco da ragazzi. Lasciando l’interpretazione ad esperti, vediamo una Teheran che pur tartassata tiene in scacco diplomatico gli Usa. Non sapendo più che pesci prendere nelle acque del Golfo, Donald Trump si è messo in caccia delle mine. Come tanti altri suoi annunci, la minaccia di aprire il fuoco su chi le posa lascia il tempo che trova. Sono già state disseminate. La stima dello stesso Pentagono è che occorrano circa 6 mesi a farne piazza pulita”
1. Crisi al Pentagono e il primato della fedeltà
L’amministrazione Trump sta perdendo figure chiave, come dimostrato dal licenziamento del Segretario alla Marina, John Phelan, per mano di Pete Hegseth. L’autore sottolinea come, a differenza della prima amministrazione (caratterizzata da personalità di esperienza come Mattis o Tillerson), questa volta la fedeltà assoluta sia stata anteposta alla competenza. Tuttavia, questa strategia non sta garantendo la coesione sperata: sotto la pressione del conflitto navale con l’Iran, l’esodo di funzionari – sia volontario che forzato – si sta intensificando.
2. Lo stallo nel Golfo e la debolezza negoziale
Nonostante la superiorità militare, gli Stati Uniti si trovano in una posizione negoziale debole perché Trump ha un “disperato bisogno” di chiudere il conflitto rapidamente.
- Obiettivi mutati: la guerra è passata dall’essere una missione di “liberazione” dell’Iran a un braccio di ferro strategico per la riapertura dello Stretto di Hormuz.
- La tattica di Teheran: gli iraniani utilizzano una diplomazia dilatoria che tiene Washington in scacco. La bonifica delle mine nel Golfo richiederà mesi (circa sei), rendendo necessario l’intervento degli alleati europei, inclusa l’Italia.
3. Il fronte interno: popolarità in calo e dissidi MAGA
Trump deve affrontare una crescente opposizione interna:
- Sondaggi: il tasso di approvazione è sceso al 39%, mentre la disapprovazione tocca il 58%.
- Crepe nella base: persino figure mediatiche influenti come Tucker Carlson iniziano a mostrare segni di insofferenza o tormento riguardo al sostegno al Presidente.
- Economia: il prezzo della benzina sopra i quattro dollari a gallone rappresenta una minaccia concreta in vista delle elezioni di medio termine.
4. Difficoltà istituzionali e “tutti contro tutti”
Il “grande timoniere” appare sempre più isolato mentre l’equipaggio si assottiglia:
- Scontro col Congresso: entro il primo maggio Trump dovrà affrontare i vincoli del War Powers Act per l’autorizzazione alla guerra.
- Emorragia di nomine: l’amministrazione ha perso pezzi da novanta come Kristi Noem, Pam Bondi e Lori Michelle Chavez-DeRemer. Inoltre, nomine chiave come quella di Kevin Warsh alla Fed sono bloccate al Senato, col rischio di dover mantenere Jerome Powell.
In sintesi: l’editoriale dipinge il ritratto di un’amministrazione sotto assedio, dove la pretesa di governare solo attraverso la lealtà personale si sta scontrando con la realtà di una guerra complessa, l’inefficienza burocratica e un isolamento politico crescente che lascia Trump solo al comando di una barca che imbarca acqua.
24 aprile 2026





