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Esteri Primo Piano

Perché la pace è ancora lontana. E (per ora) non ha vinto nessuno

L’ambasciatore Ettore Sequi ha pubblicato, su La Stampa, un editoriale del conflitto mediorientale scatenato da Netanyahu e Trump che vorrebbero annullare l’Iran degli ayatollah (le parole di Donald: riportarlo all’età della pietra!), stando alle improvvide esternazioni del tycoon americano.

Scrive Sequi: ”’La tregua tra Stati Uniti e Iran, perché non nasce da una vittoria. Gli Usa hanno sì dimostrato superiorità militare ma non la capacità di tradurla in esito politico. L’Iran ha subito danni enormi ma ha preservato le leve decisive: resilienza del sistema, capacità di pressione asimmetrica, controllo effettivo su Hormuz. Tutti i nodi reali: nucleare, sanzioni, presenza militare americana, controllo dei flussi energetici. Non c’è convergenza su nessuno di questi punti, ma solo una sospensione temporanea del confronto”.


Una tregua, non una pace

La tregua tra gli Stati Uniti e l’Iran non chiude il conflitto: ne sospende solo l’escalation nel momento di massima pericolosità. È un arresto d’emergenza, fragile perché non nasce da una vittoria chiara e non risolve nessuna delle cause strutturali dello scontro.

Questo stop temporano al conflitto tra Usa ed Iran, prosegue Sequi: ” non nasce da una vittoria. Gli Usa hanno dimostrato superiorità militare ma non la capacità di tradurla in esito politico. L’Iran ha subito danni enormi ma ha preservato le leve decisive: resilienza del sistema, capacità di pressione asimmetrica, controllo effettivo su Hormuz. Secondo, perché lascia intatti tutti i nodi reali: nucleare, sanzioni, presenza militare americana, controllo dei flussi energetici. Non c’è convergenza su nessuno di questi punti, ma solo una sospensione temporanea del confronto”


Superiorità militare senza esito politico

Gli Stati Uniti, guidati da Donald Trump, hanno dimostrato netta superiorità militare, ma non sono riusciti a trasformarla in un risultato politico stabile. L’Iran, pur duramente colpito, ha conservato ciò che conta davvero:

  • la resilienza del regime,
  • la capacità di pressione asimmetrica,
  • il controllo effettivo dello Stretto di Hormuz.

Tutti i nodi restano aperti

La tregua lascia irrisolti i dossier decisivi:

  • programma nucleare iraniano,
  • regime delle sanzioni,
  • presenza militare americana,
  • sicurezza dei flussi energetici.

Non c’è convergenza, ma solo un congelamento temporaneo del confronto.


Il Golfo non è più “zona sicura”

Il conflitto ha rivelato una vulnerabilità strutturale del Golfo: infrastrutture energetiche, logistica, acqua e civili sono ormai bersagli e leve strategiche. La ricchezza non è più deterrenza e la sicurezza delegata agli alleati non basta.


Un paradosso strategico

La guerra ha indebolito l’Iran sul piano materiale ma ne ha rafforzato il ruolo strategico. Il regime esce più esposto, ma anche più centrale nel sistema regionale.


Due escalation, fermate all’ultimo istante

Il conflitto ha seguito due traiettorie:

  • verticale, verso la distruzione sistemica;
  • orizzontale, verso l’espansione regionale e i mercati globali.

Gli Usa hanno spinto sull’intensità militare, l’Iran sull’allargamento geografico. La tregua interviene proprio quando le due dinamiche stavano per convergere in una crisi globale.


Un negoziato strutturalmente incompatibile

I “dieci punti” iraniani equivalgono a una riscrittura dell’ordine regionale. Teheran chiede:

  1. legittimazione del proprio ruolo (Hormuz),
  2. fine delle sanzioni,
  3. diritto all’arricchimento dell’uranio,
  4. riduzione della presenza militare americana.

Washington chiede l’opposto. Non si tratta di un compromesso difficile, ma di richieste reciprocamente inconciliabili.


I punti quasi insolubili

Quattro nodi rendono la tregua instabile:

  • lo stock di uranio arricchito,
  • l’ambiguità sulla sicurezza di Hormuz,
  • le sanzioni (tema politicamente tossico negli Usa),
  • il perimetro geografico della tregua (il Libano resta fuori).

La tregua regge solo finché si evita di entrare nel merito.


Chi ha vinto davvero

Nessuno ha vinto in senso pieno.

  • Gli Usa ottengono un alleggerimento sui mercati e una parziale riapertura dello Stretto, ma pagano un prezzo di immagine e di credibilità deterrente.
  • L’Iran ottiene molto sul piano strategico: sopravvive, resta centrale e impone il proprio schema negoziale.
  • Il Pakistan emerge come vincitore tattico grazie alla mediazione.
  • La Cina è il vero vincitore strategico: senza esporsi militarmente, evita uno shock globale, tutela i propri interessi energetici e rafforza la propria immagine di potenza stabilizzatrice.

La vera sconfitta

Esce sconfitta l’idea americana che la superiorità militare basti a produrre ordine. Crolla la convinzione di un Golfo stabile e di una deterrenza affidabile solo finché non viene messa alla prova.


Conclusione

Questa tregua è insieme un successo e un rinvio: ha evitato il collasso, ma non prepara la pace. Prepara il prossimo passaggio — negoziale o militare — di un conflitto che resta aperto e senza soluzione strutturale.

9 aprile 2026