Simona Siri ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui cerca di analizzare la complessa situazione che sta vivendo il tycoon americano.
Donald Trump è come entrato nella fase classica della disgregazione del potere personale, quando i fedelissimi iniziano a prendere le distanze per salvare la propria reputazione. Il segnale più evidente arriva da un’inchiesta del New York Times sulla riunione dell’11 febbraio tra Benjamin Netanyahu, il capo del Mossad David Barnea e Trump, durante la quale furono presentate le ragioni della guerra contro l’Iran. Il messaggio che filtra ex post è chiaro: noi eravamo contrari, lui ha deciso da solo.
Scrive Siri: ”Persino la fedelissima Laura Loomer ha criticato sebbene non l’intervento, ma il cessate il fuoco, dicendo che «non ne abbiamo ricavato nulla di concreto e i terroristi in Iran stanno festeggiando». Quello che è nuovo è invocare una misura che sostiene che Trump non abbia più la lucidità né le facoltà mentali per guidare gli Stati Uniti. «Tutti coloro, all’interno della sua amministrazione, che affermano di essere cristiani devono inginocchiarsi, implorare il perdono di Dio, smettere di venerare il presidente e intervenire contro la follia di Trump», ha dichiarato domenica Greene, mentre Owens lo definiva «un folle genocida» che ha «superato i confini della follia». Anche l’ex deputato repubblicano Joe Walsh non ci è andato leggero definendo il post della mattina di Pasqua come «una macchia che rimarrà per sempre su questo Paese e sul mondo».
Emergono così prese di distanza senza precedenti all’interno dell’apparato di sicurezza americano: il direttore della CIA John Ratcliffe avrebbe definito “farseschi” gli scenari di cambio di regime iraniano, mentre il generale Dan Caine avrebbe parlato apertamente di una “pessima idea”.
Questa frattura arriva in un momento di crollo di consenso (Trump è dato al 35%) e dopo le violente dichiarazioni pasquali sull’Iran, che hanno portato democratici e repubblicani a evocare il 25° emendamento per incapacità mentale del presidente. Il dato politicamente più rilevante è che a chiederne la rimozione non sono più solo gli avversari, ma anche figure simbolo del trumpismo.
Clamoroso il distacco di Tucker Carlson, ex volto di Fox News, che ha definito “vile” il tweet in cui Trump minacciava di annientare la civiltà iraniana, accusandolo di evocare crimini di guerra e di deridere la religione islamica. La spaccatura attraversa tutto il mondo MAGA: dall’isolazionismo “America First” all’interventismo presidenziale. Critiche arrivano da Marjorie Taylor Greene, Candace Owens, Joe Rogan e altri, mentre persino la fedelissima Laura Loomer contesta il cessate il fuoco.
Il salto di qualità, sottolinea Siri, è l’accusa esplicita di incapacità mentale. Greene parla di “follia”, Owens di “genocida”, l’ex deputato Joe Walsh definisce il messaggio pasquale una macchia storica. A unirsi al coro è anche Ty Cobb, ex consigliere legale della Casa Bianca, che si chiede perché il gabinetto non abbia ancora attivato il 25° emendamento. Analoga la posizione di Scott McConnell, che invita il vicepresidente JD Vance a favorire una transizione.
Al momento, 50 democratici e pochi repubblicani chiedono formalmente la rimozione: non abbastanza per riuscirci, ma sufficienti a segnare una soglia di rottura politica e morale. Secondo il giornalista Michael Wolff, le minacce di Trump sono sempre più furiose perché le opzioni si stanno esaurendo. Il ritratto finale è quello di un presidente intrappolato nel proprio labirinto: caos, escalation verbale e continui dietrofront, fino alla battuta di Jimmy Kimmel, che sintetizza il paradosso: Trump è “l’unico presidente che annuncia i bombardamenti come fossero trailer di una serie TV”.
9 aprile 2026





