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Esteri

Gaza, un conflitto che viene da lontano

Si parla tanto del Trattato di Oslo e della costituzione dello Stato di Palestina. Maurizio Molinari, ex direttore di Repubblica, sostiene che c’è un’aperta contraddizione o si va in una direzione o nell’altra. Cosa mi puoi dire? Qual’è l’ostacolo maggiore che impedisce la risoluzione della crisi a Gaza?

La visione di Maurizio Molinari, riguardo a questa evidente contraddizione nel processo di pace che si basa su un’interpretazione degli Accordi di Oslo e della loro evoluzione. Questi accordi, firmati nel 1993 e 1995, erano intesi come una fase transitoria di cinque anni che avrebbe dovuto portare a un accordo definitivo sulla creazione di uno Stato palestinese. L’idea alla base era che, riconoscendosi reciprocamente, Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) avrebbero potuto avviare negoziati diretti per risolvere le questioni più complesse, come i confini, lo status di Gerusalemme, le colonie ebraiche e il ritorno dei rifugiati palestinesi.

Tuttavia, Molinari e altri critici sostengono che questo processo abbia creato una contraddizione fondamentale. Da un lato, si è riconosciuta l’esistenza di un popolo palestinese con il diritto all’autodeterminazione, ma dall’altro, non si è mai arrivati alla creazione di uno stato sovrano e pienamente funzionante. Invece, si è istituita l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), un’entità di autogoverno limitato e frammentato, dipendente economicamente e militarmente da Israele. Questo ha generato una situazione di stallo, in cui si è creata un’autorità palestinese che ha funzioni amministrative, ma non ha il pieno controllo del proprio territorio (frammentato in Aree A, B e C) e non può esercitare la sovranità. Questa condizione, secondo questa linea di pensiero, ha impedito la piena realizzazione della soluzione a due Stati, alimentando frustrazione e radicalizzazione.


Il Maggiore ostacolo alla pace a Gaza

Il principale ostacolo che impedisce una risoluzione della crisi a Gaza e in generale del conflitto israelo-palestinese è la mancanza di una reale volontà politica da entrambe le parti di fare le concessioni necessarie per una pace duratura. Questo si manifesta in diverse sfide concrete:

  • Le colonie israeliane: l’espansione continua degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est ha reso sempre più difficile, e secondo molti impossibile, la creazione di uno Stato palestinese contiguo e vitale. La politica di annessione de facto di queste aree da parte di Israele contraddice apertamente l’idea di uno Stato palestinese indipendente.
  • La divisione politica palestinese: la rottura tra Fatah, che controlla l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e Hamas, che governa la Striscia di Gaza, ha frammentato il movimento nazionale palestinese. Questa scissione impedisce la formazione di un’unica leadership forte e unita, necessaria per negoziare e implementare un accordo di pace.
  • La questione di Gerusalemme e i rifugiati: le questioni più sensibili e complesse, come lo status finale di Gerusalemme (rivendicata come capitale da entrambe le parti) e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, rimangono irrisolte. Le posizioni su questi temi sono così radicalmente opposte che ogni tentativo di compromesso si è finora scontrato con un muro.
  • La sicurezza di Israele: molti israeliani, a seguito di anni di attacchi terroristici e conflitti, ritengono che la creazione di uno Stato palestinese sovrano possa rappresentare una minaccia esistenziale per la loro sicurezza, temendo che possa diventare una base per attacchi futuri. La presenza di gruppi come Hamas, che rifiutano il diritto all’esistenza di Israele, alimenta questa percezione.
  • Mancanza di fiducia e radicalizzazione: decenni di conflitto, violenza, sfiducia e propaganda hanno creato un profondo divario tra le due popolazioni. La crescente influenza di forze estremiste su entrambi i fronti rende il dialogo e il compromesso estremamente difficili. 22 settembre 2025