Daniele Manca ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che bisogna fare delle considerazioni che ci spingono a guardare molto più da vicino le prime già importanti conseguenze dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. La prima: abbiamo veramente compreso la profondità di questo nuovo salto tecnologico? La seconda è, all’opposto, se a fronte di queste drammatiche evoluzioni mentre tentiamo di capire cosa sta accadendo, dobbiamo limitarci come qualcuno pensa a rifiutare o perlomeno rallentare quella che appare un’inevitabile rivoluzione?
Scrive Manca: ”Siamo certamente in una situazione di profonda transizione. Stiamo entrando in una nuova civiltà o (in)civiltà digitale. Una delle trappole cognitive nelle quali stiamo però rischiando di incappare è quella di considerare come tutto già avvenuto. Non è così. L’andamento così ondivago del numero dei dipendenti delle big tech lo dimostra. Dobbiamo convincerci che la partita è ancora tutta da giocare. È per questo che il bisogno di capire non deve diventare un motivo per rifiutare o rallentare l’ingresso in questo nuovo mondo”.
Sintesi
L’editoriale parte da un dato allarmante: 80 mila licenziamenti nelle big tech nei primi tre mesi dell’anno, molti dei quali legati all’intelligenza artificiale. Questo solleva una domanda cruciale: siamo solo all’inizio di una trasformazione molto più profonda del lavoro e della società?
Secondo Manca, non basta rispondere con la formula tradizionale di più competenze e più formazione. L’AI rappresenta un salto tecnologico di portata inedita, la cui profondità non è ancora stata pienamente compresa. Allo stesso tempo, rifiutare o rallentare l’innovazione sarebbe un errore: la rivoluzione è già in corso.
I licenziamenti annunciati da grandi gruppi come Meta, Amazon, Oracle e Google non rispondono più solo a logiche di riduzione dei costi per i mercati finanziari. Spesso, infatti, i lavoratori licenziati vengono sostituiti da nuovi talenti ancora più costosi, e il numero complessivo degli occupati tende nel tempo a risalire. Il vero obiettivo sembra essere la ricerca di maggiore produttività, anche se non è affatto certo che i benefici siano già reali e non solo attesi.
Siamo quindi in una fase di transizione instabile, verso una nuova civiltà digitale. Una trappola pericolosa è pensare che il cambiamento sia già compiuto: non lo è. Proprio per questo, capire ciò che sta accadendo non deve diventare una scusa per fermarsi.
Il ritardo europeo – e italiano in particolare – è evidente. Secondo uno studio del Brookings Institution, l’uso dell’AI di nuova generazione riguarda il 43% dei lavoratori negli Stati Uniti, mentre in Italia siamo sotto il 26%. Il divario rischia di ampliarsi.
Manca sottolinea poi la velocità senza precedenti dell’adozione dell’AI: se tecnologie come il telefono o l’elettricità hanno impiegato decenni per diffondersi, Internet ha impiegato sette anni, Facebook quattro e mezzo, e ChatGPT appena due mesi per raggiungere la massa critica. Questo rende inadeguati gli strumenti tradizionali di analisi e risposta.
Da qui l’appello finale: la trasformazione non può essere delegata solo alle università. Serve una grande opera di alfabetizzazione digitale, che coinvolga politica, sindacati, amministrazioni e tutte le generazioni. L’educazione deve iniziare presto, già dalla scuola dell’infanzia, coltivando spirito critico, senso comunitario e uso consapevole della tecnologia.
Il messaggio conclusivo è netto: all’intelligenza artificiale va affiancata un’intelligenza sociale, politica e di governo, senza la quale il rischio non è il progresso, ma una nuova forma di disordine digitale.
25 aprile 2026





