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Racconti

Memorie di guerra

di Giuseppe Priale

Mentre una campana tace sulle macerie di una chiesa di Mondovì, un gallo canta su quelle di un casolare di Prea
Quando il cerchio della vita si avvicina alla sua chiusura, la vecchiaia inclina sempre più verso l’infanzia, fin quasi ad identificarsi in essa. Così il nonno, che tiene per mano il nipotino, sembra dar  mano a se stesso, al bambino che era, al “fanciullino” interiore, che si fa sentire specialmente quando intorno i silenzi si fanno sempre più frequenti e i vuoti più numerosi. I ricordi infantili allora diventano parole, sentono il bisogno di venire alla luce del sole che volge al tramonto, quasi avessero paura di finire nel “nulla eterno”. Si comportano un po’ come quei fiumi carsici  che gorgogliando tornano in superficie prima di annullarsi nell’immensità del mare. Sembrano  farfalle che, liberate dallo spillo con il quale l’entomologo interiore le ha tenute per tanti anni prigioniere nella teca della memoria del cuore, riprendono vita e volano in cerchio come garrule rondini prima di partire per paesi lontani. Chiedo pertanto un po’ d’indulgenza, se questo bambino, quasi ottuagenario, superata con difficoltà la barriera della riservatezza, sente il bisogno di staccare alcune tesserine dalla sua piccola storia infantile e cerca di inserirle nel mosaico della Grande Storia, quella che riguarda la Resistenza vissuta  nell’ Occitania della sua Alta Val Ellero,  quella che gli  è entrata in casa all’improvviso dopo l’8 settembre  1943.

E’ risaputo che durante la Resistenza qualche illegalità è stata commessa; sicuramente però con l’attenuante dello stato di necessità. Erano quindi  frequenti i furti di quadrupedi  di varia grandezza, di pennuti specialmente.  Erano praticati  il bracconaggio, la manonera, cioè il commercio clandestino di prodotti soggetti al controllo statale (tipo sali e tabacchi).  Così anche mio padre non pensava di fare cosa tanto illegale quando andava a pesca di frodo e a mani nude, spinto dalla necessità di sfamare una nidiata di quattro bambini dai due ai cinque anni di età. Ricordo che un giorno d’estate portò anche me a pescare in Ellero. Non so se ero io a voler sempre andare con lui quando usciva di casa per qualche incombenza o se era lui a volermi con sé come “salvacondotto”, utile, se non vitale, durante il  turbolento periodo della Resistenza, che a Prea aveva un’importante base operativa con i partigiani della 3^ e 5^ Divisione Alpi. Quel giorno, dopo vari e infruttuosi tentativi di pesca lungo le sponde bagnate dalle gelide acque del torrente, giungemmo ad un grande  gorgo, nero da far paura per la profondità dell’acqua e per la folta vegetazione attorno, chiamato infatti, in occitano del Chié, Guřg Niřùn (dal lat. GURGUM NIGRUM). Ad un certo punto mi misi ad urlare  vedendo mio padre scomparire nel punto più profondo dell’orrido gorgo. Mi calmai soltanto quando riemerse trionfante con un’enorme trota afferrata per le branchie che gli facevano sanguinare le mani. Una trota che in passato, nei discorsi dei pescatori a canna, era diventata leggendaria quanto il mostro del lago di Lochnes. Portata a casa con la coda che usciva fuori dallo zaino di tela grigia, naturalmente ricevette la visita di molti curiosi e, penso, anche di qualche invidioso. Come sia finita non ricordo. Molto probabilmente in padella come altre più modeste consorelle. Non finì sicuramente in un museo come fenomeno ittico dei nostri torrenti, immersa nella formalina  dentro una vasca di vetro. Non ricordo l’odore della sua frittura, né il suo sapore, né gli apprezzamenti di rito nei suoi riguardi, né i complimenti a chi l’aveva pescata e a chi l’aveva cucinata. Mangiare  di quella trota fu per me una cosa troppo normale per serbarne  memoria. Ricordo invece molto bene il terrore da me provato al gorgo  e il gesto di trionfo per la vittoria riportata su quel mostro acquatico  da mio padre, considerato da me, da quel momento in poi, un uomo di grande coraggio,  che  però  qualche mese dopo gli fu fatale.

15 aprile 2026

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