Sciolto dai vincoli del tempo e dello spazio, San Martino del Carso diventa metafora di ciò che ogni guerra, giusta o ingiusta, voluta o subita, produce nell’uomo, sia che si chiami Giuseppe Ungaretti, partito volontario dal bel mondo di Parigi, sia che si chiami Giuseppe Somà, partito, forse più per scrupolo di coscienza che per patriottismo, da una sconosciuta località sperduta in una foresta del sud della Francia.
Nonna Margherita, vincendo quel pudore psicologico che a volte è più grande di quello del corpo, cominciò a parlarmi del nonno e di sé solo negli ultimi anni della sua vita, un po’ come fa un fiume carsico, quando ritorna alla luce gorgogliando a voce bassa, poco prima di morire nel mare. Mi raccontò che il nonno, ancora adolescente, nei primi anni del ‘900 era andato nel Var con la sua famiglia a fare legna e carbone, perché le risorse economiche delle nostre montagne erano molto scarse. Nel 1906 lei lo raggiunse per sposarlo, come avevano stabilito i rispettivi genitori secondo le usanze del tempo. Per fortuna si conoscevano già e forse vi era già stata fra loro qualche segreta palpitazione, risalente magari ai tempi in cui, da adolescenti, in allegre comitive andavano a pascolare gli armenti nei Cmün (pascoli comunali) o si spingevano fino alle falde del Carso a raccogliere frutti di montagna, piante aromatiche e officinali, per sollevare, seppur in minima parte, lle misere condizioni economiche delle loro famiglie, molte delle quali a cavallo del ‘900 emigrarono in Argentina o nel sud della Francia. Di esse non è rimasto altro che il ricordo dei loro cognomi (come Bertola, Piccardo, Isoardi, Richelmi) sui registri parrocchiali o nella denominazione di fondi o di misere costruzioni, molte delle quali ormai collassate, sparse sui pendii di media montagna, chiamate tèč in Occitano del Chié, con una felice sineddoche per indicare la parte più appariscente e caratteristica (dal lat.TECTUM=tetto, una copertura in origine di paglia, posta sopra ad una bassa struttura di pietre compattate con malta d’argilla, comprendente due piani: uno detto puntì, una sorta di “pontile”-soppalco adibito alla conservazione del fieno oppure adibito ad abitazione e uno seminterrato adibito a stalla oppure a cantina detta trüna, nome derivato dall’agg. tardo lat. TERRUNA= terrena, riferito al nome sottinteso sela= cella, locale semibuio e umido usato per la conservazione di latticini e di altre derrate alimentari).
Dunque, nonna Margherita raggiunse il suo promesso sposo nel Var, non per i battuti e impervi sentieri delle Alpi, ma per la meno praticata e comoda via del mare. Il viaggio da Savona a Tolone fu per lei come un viaggio di nozze anticipato (senza il marito), un regalo che la nuova famiglia, diventata quasi benestante con il commercio di legna e carbone, le aveva voluto fare per debito di riconoscenza. Mi raccontò, poco prima di congedarsi da questo mondo e con gli occhi fissi in un punto lontano, che il viaggio fu come un bellissimo sogno fatto in pieno giorno ad occhi aperti, con il piroscafo che sembrava fermo, mentre arava l’immensa e calma prateria del mare, visto da lei per la prima volta. Tutt’altro che da sogno fu invece il viaggio di ritorno, fatto 11 anni dopo con il mare in burrasca, con 4 bambini che stavano male, con l’ansia per il marito in guerra e l’assillo di un brutto sogno, che con il suo simbolismo onirico si sarebbe rivelato purtroppo brutalmente profetico.
19 gennaio 2026
3. Continua





