Federico Fubini ha pubblicato sul Corriere dela Sera un editoriale in cui analizza le implicazioni geopolitiche dei possibili accordi tra Stati Uniti e Iran.
Scrive Fubini: ”La potenziale sospensione delle azioni sembra una tessera essenziale di qualunque accordo tra Stati Uniti e Iran. In questo l’Unione Europea potrebbe tornare al tavolo del negoziato: mentre le prime misure americane sono in vigore dal 1979, quelle europee scattano nel 2007 e ora potrebbe essere discussa una loro sospensione o allentamento. Probabile, in caso, che sia graduale e condizionata a certe concessioni di Teheran. Gli accenni di Trump («Big Money will be made!» e il riferimento a una «Golden Age for the Middle East») vanno nella direzione di una possibile apertura a un regime economico meno restrittivo nei confronti di Teheran”.
E aggiunge: ”Questa guerra ormai si combatte non più per il cambio di regime a Teheran ma per il controllo di Hormuz. Palesemente gli Stati Uniti, malgrado i loro mezzi superiori, non dispongono della tenuta sociale e politica per sopportare le perdite necessarie a riaprire lo Stretto con un’operazione di terra. Se l’ipotesi della tariffa sullo Stretto si concretizzasse, sarebbe allora una sostanziale vittoria di Teheran: essa segnerebbe l’esito di questa guerra e passerebbe alla storia come una delle più cocenti sconfitte della storia americana”.
La partita della Cina: Il Nuovo Ordine Globale dopo Hormuz
L’analisi di Fubini parte da un presupposto critico: la fragilità dei negoziati tra l’amministrazione Trump e Teheran. Se l’accordo dovesse passare attraverso concessioni strutturali all’Iran, l’impatto andrebbe ben oltre i confini del Medio Oriente, segnando una svolta storica per l’egemonia americana.
1. La crisi della credibilità statunitense
Il punto focale è lo Stretto di Hormuz. Se l’Iran ottenesse il diritto di imporre dazi sui transiti, si configurerebbe una sconfitta strategica per Washington.
- Alleanze a rischio: Paesi del Golfo, europei e asiatici perderebbero fiducia negli USA come garante della sicurezza.
- Corsa al riarmo: senza un “garante globale” affidabile, molti Stati potrebbero cercare l’autosufficienza militare, inclusa l’arma atomica.
2. Le tessere del negoziato
Fubini individua alcuni pilastri su cui poggerebbe l’eventuale intesa:
- Il ritorno dell’Europa: l’UE potrebbe giocare un ruolo nell’allentamento graduale delle sanzioni (in vigore dal 2007), seguendo l’apertura economica suggerita dai messaggi di Trump su una “nuova era d’oro”.
- Il “pedaggio” di Hormuz: l’ipotesi che Iran e Oman tassino il passaggio navale. Per Teheran sarebbe una vittoria politica enorme, confermando che gli USA non hanno la forza (o la volontà politica) per un intervento di terra volto a riaprire lo stretto.
- Il compromesso nucleare: l’Iran potrebbe rinunciare all’atomica in cambio del riconoscimento del suo potere di deterrenza “convenzionale” (il controllo delle rotte marittime), con un monitoraggio internazionale (magari francese) sul nucleare civile.
3. Il peso della Cina e del Pakistan
Il ruolo di Pechino emerge come decisivo. La Cina si è mossa come garante economico dell’Iran e, attraverso la mediazione pakistana, ha spinto per un piano in cinque punti. Pechino esce rafforzata dal conflitto: ha evitato il cambio di regime a Teheran e ha consolidato un interlocutore iraniano più militare e pragmatico, orientato agli affari.
4. La fine del diritto internazionale
L’editoriale si chiude con una riflessione amara sulla “normalizzazione” di tattiche un tempo illegittime:
- La minaccia di distruggere infrastrutture civili e il blocco arbitrario di bracci di mare sono diventati strumenti negoziali accettati.
- Conclusione: il mondo sta scivolando verso la “legge del più forte”, abbandonando definitivamente l’ordine giuridico internazionale costruito nel dopoguerra.
In sintesi: Quella che sembra una tregua regionale è in realtà il segnale di un passaggio di testimone: l’America di Trump si ritira dal ruolo di poliziotto del mondo, l’Iran incassa una vittoria strategica e la Cina si erge a nuovo perno degli equilibri globali.
10 aprile 2026





