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Esteri

Le guerre e le nuove povertà stanno rompendo un’egemonia

Goffredo Buccini ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo nel quale analizza la crisi dell’egemonia sovranista alla luce dei recenti cambiamenti politici, in particolare in Ungheria.

Scrive Buccini: “Il populismo sovranista sta tutto qui. Il primo trumpismo è figlio della crisi finanziaria e poi economica generata dal crac di Lehman Brothers del 2008, in seguito tracimata in disastro dei debiti sovrani: ricordate le immagini dei dipendenti che, perso il posto, uscivano disperati, scatoloni tra le braccia, sulla Settima Avenue di New York? E la disperazione dei greci strangolati dalla Troika? La globalizzazione dura, causa della desertificazione della Rust Belt, produrrà negli anni Dieci un piccolo caso letterario, «L’elegia americana», da cui deriverà più tardi un grande caso politico, l’ascesa del suo autore, JD Vance, alla vicepresidenza degli Stati Uniti. La Brexit, suscitata contro un’unione europea algida e burocratica, si nutrirà delle fandonie della propaganda leave sulle fiancate dei rossi pullman londinesi: uscendo dalla Ue — assicuravano i brexiteer — una cornucopia di 350 milioni di sterline a settimana sarebbe piovuta sul malconcio servizio sanitario nazionale! La «democrazia illiberale» inventata da Orbán, sarà un ossimoro di successo”.

1. La fine di un’epoca di egemonia

L’autore sostiene che il decennio dominato dal “modello MAGA”, dai populismi e dai sovranismi (2015-2026) stia affrontando la sua prima grande crisi strutturale. Figure come Boris Johnson, Nigel Farage, Marine Le Pen, Matteo Salvini e lo stesso Donald Trump non appaiono più come un blocco invincibile. Persino leader pragmatici come Giorgia Meloni stanno prendendo le distanze dal “trumpismo puro”.

2. Il segnale ungherese

Il cuore dell’analisi è la sconfitta (o comunque l’indebolimento) del modello di Viktor Orbán in Ungheria. Come i moti di Seattle del 1999 segnarono la fine dell’entusiasmo per la globalizzazione sfrenata, così la “primavera magiara” e l’ascesa di Peter Magyar segnalano che la stanchezza e la paura verso le autocrazie stanno superando il fascino del leader forte. Orbán, considerato da Steve Bannon un “leader morale”, è caduto vittima della corruzione del suo sistema e dell’impoverimento del Paese.

3. Le radici del sovranismo: “Controllare il dolore”

Buccini riprende le tesi di William Davies per spiegare il successo sovranista: le popolazioni, sentendosi private di diritti e stabilità economica dalla globalizzazione (crisi del 2008, Brexit, desertificazione industriale), hanno scelto “atti di autolesionismo collettivo” pur di avere l’illusione di riprendere il controllo sul proprio futuro. Il sovranismo ha offerto risposte facili a problemi complessi, ma alla lunga ha prodotto risultati disastrosi.

4. Il fallimento delle autocrazie e dei loro “modelli”

L’articolo evidenzia i fallimenti concreti dei leader sovranisti:

  • Trump: accusato di affossare l’economia mondiale con scelte azzardate e di attaccare persino figure morali come il Papa.
  • Putin: impantanato in una guerra in Ucraina che logora la Russia senza portare alla vittoria sperata.
  • Vance e i repubblicani: l’insuccesso del sostegno a Orbán ha creato crepe persino nelle gerarchie MAGA, favorendo figure più moderate o scaltre.
  • Brexit: il Regno Unito di Starmer cerca ora di riavvicinarsi all’UE per rimediare ai danni economici dell’uscita.

5. Conclusione: un futuro incerto

Nonostante la crisi del sovranismo, Buccini invita alla cautela: il nuovo leader ungherese Peter Magyar non è un liberale tradizionale, ma un ex membro del partito di Orbán che propone una destra diversa. La sua vittoria non è il trionfo delle democrazie liberali, ma una “sirena d’allarme” per l’internazionale sovranista. In sintesi, se un tempo la libertà “spaventava” per la sua complessità (citando Carlo Levi), oggi sembra che la tirannia e le sue conseguenze (guerre e povertà) inizino a fare ancora più paura.

14 aprile 2026