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Esteri

Il piano saudita per aggirare il nodo Hormuz

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui parla dell’escalation del conflitto con l’Iran che spinge l’Arabia Saudita a rivedere in profondità la propria strategia energetica e geopolitica. Riad studia soluzioni per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz, trasformato da Teheran in un’arma di pressione globale sul mercato del petrolio. L’ipotesi più dirompente è la creazione di un nuovo corridoio infrastrutturale che convogli il greggio saudita verso il Mediterraneo, con sbocco nel porto israeliano di Haifa.

Scrive Rampini: ”Il Financial Times ha rivelato che gli Stati del Golfo puntano a creare una nuova rete di oleodotti, strade e ferrovie per smettere di dipendere dallo Stretto di Hormuz. Una delle principali opzioni allo studio prevede appunto la creazione di una rotta commerciale che colleghi la penisola arabica al Mediterraneo attraverso il porto di Haifa. Secondo il quotidiano britannico, l’Arabia Saudita è finora l’unico Paese del Golfo ad aver mantenuto un flusso costante di esportazioni di petrolio durante la guerra, grazie soprattutto all’oleodotto East-west, che collega i giacimenti petroliferi al porto di Yanbu sul Mar Rosso, evitando lo Stretto. «Col senno di poi, l’oleodotto East-west appare come un colpo di genio», ha dichiarato un alto dirigente energetico del Golfo. I progetti allo studio non riguardano solo la costruzione di nuovi oleodotti o l’espansione delle infrastrutture esistenti, ma la creazione di una vera e propria rete integrata di oleodotti, linee ferroviarie e strade che permetta di superare la dipendenza dallo Stretto. Il principale è il corridoio Imec, che collegherebbe l’india al Mediterraneo attraverso una rete di strade, ferrovie e oleodotti. Manca solo l’accordo finale dell’arabia Saudita a includere il porto di Haifa nel tracciato”.

Il progetto avrebbe un significato politico enorme: sancirebbe un avvicinamento strutturale tra Riad e Israele, andando persino oltre la portata degli Accordi di Abramo. Paradossalmente, l’ostilità strategica dell’Iran verso i Paesi arabi e verso Israele finisce per spingere questi ultimi a una cooperazione sempre più esplicita.

Secondo il Financial Times, i Paesi del Golfo stanno valutando una rete integrata di oleodotti, ferrovie e strade per aggirare definitivamente Hormuz. L’Arabia Saudita parte avvantaggiata grazie all’oleodotto East-West, che già collega i giacimenti al Mar Rosso. Il tassello più ambizioso è il corridoio IMEC (India-Medio Oriente-Europa), che collegherebbe l’India al Mediterraneo: manca solo il via libera definitivo saudita all’inclusione di Haifa.

Rampini inserisce questa svolta in una dinamica storica ricorrente: ogni “collo di bottiglia” geopolitico nelle risorse energetiche genera, nel medio-lungo periodo, strategie di diversificazione. Accadde dopo l’embargo dell’OPEC nel 1973, che accelerò nuove fonti di approvvigionamento, l’autosufficienza energetica degli Stati Uniti e, più tardi, lo sviluppo di shale gas, rinnovabili e auto elettrica.

Infine, Rampini ridimensiona l’allarme sui prezzi: la crisi di Hormuz non è ancora paragonabile agli shock del passato. I rincari attuali restano lontani sia dalle impennate degli anni Settanta sia dai picchi pre-crisi finanziaria del 2008. Tuttavia, il messaggio di fondo è chiaro: il mondo dipende ancora dai combustibili fossili, ma il peso strategico del Medio Oriente — e dello Stretto di Hormuz — è destinato a ridursi proprio a causa delle tensioni che oggi lo rendono centrale.

10 aprile 2026