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Esteri Primo Piano

Le parole violente della guerra normalizzano i massacri. Così la lingua deforma la realtà

Francesca Mannocchi in un articolo pubblicato su La Stampa cerca di spiegare come il degrado del linguaggio politico non sia solo un effetto collaterale dei conflitti, ma uno strumento deliberato per legittimare la violenza e aggirare il diritto internazionale.

Afferma Mannocchi: ”’Più di quattro settimane di guerra contro l’Iran hanno lasciato dietro di sé morti, distruzione, una regione ancora più instabile. Ma hanno lasciato anche altro: un lessico politico degradato, un modo di parlare che non serve più a spiegare la realtà bensì a piegarla. È questo forse il punto più importante, e il più difficile da misurare. Perché una guerra si vede nelle immagini dei raid, nelle città colpite, nei mercati energetici che tremano, nelle diplomazie che arrancano. Il collasso del linguaggio, invece, avanza più silenziosamente. Eppure è lì che si prepara una parte decisiva del consenso: nel momento in cui le parole smettono di nominare con precisione e cominciano a coprire, spostare, assolvere. Da giugno 2025 a oggi, tra la guerra dei dodici giorni e le oltre quattro settimane di offensiva contro l’Iran rilanciata il 28 febbraio 2026, la politica che governa attraverso la forza, ha pian piano reso dicibile ciò che altrimenti apparirebbe per quello che è, cioè un a lingua che prepara e giustifica in anticipo la violenza e restituisce alla pubblica opinione le proprie incoerenze sotto forma di necessità politica.”


Il linguaggio come arma: la sintesi

L’analisi di Mannocchi si concentra sulla metamorfosi delle parole durante il recente conflitto contro l’Iran, evidenziando come la deformazione del lessico preceda e giustifichi la violazione delle norme internazionali.

1. La diplomazia svuotata di significato

Il primo slittamento avviene nel 2025: la guerra non inizia quando fallisce la diplomazia, ma mentre essa è ancora in corso. Termini come “negoziato” cambiano natura, diventando non più l’alternativa al conflitto, ma un “corridoio laterale” per gestire i costi dell’escalation. La mediazione europea viene ridicolizzata e declassata a “rumore di fondo” dal realismo brutale di Trump.

2. La tecnica della “parola definitiva”

Mannocchi evidenzia l’uso di termini assoluti per chiudere ogni spazio di verifica. Definire i siti nucleari iraniani come “completamente annientati” (quando l’intelligence diceva altro) serve a imporre una verità politica sopra la realtà dei fatti, sottraendo all’opinione pubblica la possibilità di un dibattito critico.

3. Il rovesciamento del Diritto Internazionale

Il termine cardine dell’offensiva del 2026 è “preventivo”.

  • L’inganno: Presenta la guerra come autodifesa per una minaccia non ancora materializzata.
  • La realtà legale: Il diritto internazionale (Carta ONU) vieta l’uso della forza tranne in caso di attacco armato già avvenuto. Piegando il concetto di “autodifesa”, la politica trasforma una “guerra di scelta” in una necessità inevitabile.

4. Il lessico dell’apocalisse e della tecnica

L’articolo mette a confronto due stili comunicativi diversi ma complementari:

  • Donald Trump: Usa immagini terminali (“riportarli all’età della pietra”, “una civiltà morirà stanotte”). Questa lingua abbandona la strategia per l’apocalisse, normalizzando l’idea di distruzione totale.
  • Benjamin Netanyahu: Usa un registro “amministrativo” e tecnico (“neutralizzare capacità”, “impedire minacce”). Questa apparente razionalità rende la guerra potenzialmente infinita, poiché la “sicurezza” diventa un obiettivo così ampio da non poter mai essere verificato o concluso.

5. La normalizzazione della contraddizione

Il risultato finale è la saturazione dell’opinione pubblica. Quando si passa quotidianamente dalle minacce di sterminio agli annunci di tregua, la contraddizione viene assorbita e resa accettabile. Il diritto internazionale finisce per apparire non “violato”, ma “invecchiato” o “superato”.


Conclusione: La lingua non serve più a spiegare il mondo, ma a “produrlo”. Quando chiamiamo “cessate il fuoco” una pausa che non ferma tutti i fronti, o “prevenzione” un attacco illegale, stiamo accettando un ambiente morale fragile dove il potere ha il diritto di ridefinire la realtà a proprio piacimento.

9 aprile 2026