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Esteri

Un Caligola alla Casa Bianca

Goffredo Buccini ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo nel quale parla di insulti, retromarce improvvise, meme demenziali postati sui social sono sintomi della scarsa lucidità del tycoon che guida gli Usa. Ma non è il primo presidente «offuscato» da problemi di salute. Donald Trump si è circondato di fedelissimi yes man, pronti a soddisfare qualsiasi suo capriccio.

Scrive Buccini: ”Quanto conta, dunque, in America, l’equilibrio del Potus (il President of The United States?). Molto, moltissimo, assai più che dalle nostre parti quello di qualsiasi premier o capo di Stato. La sua salute dovrebbe essere tema pubblico, riguarda tutti. Perché il presidente è, di fatto, un imperatore pro-tempore (Arthur Schlesinger jr. coniò negli anni Settanta l’espressione di «presidenza imperiale», riferendosi all’espansione del potere esecutivo iniziata con Richard Nixon: un meccanismo che trova nell’era Maga una sua estrinsecazione così forte da sfiorare l’eversione). È quindi del tutto logico che l’ombra di Caligola o di Eliogabalo, insomma, lo spettro dell’imperatore lunare o dispotico, malinconico, crudele o stravagante, si aggiri periodicamente nelle stanze della Casa Bianca. Persino in termini di pericolo non attuale ma solo possibile. Lo scrutinio sul presidente può coinvolgere infatti anche gli aspiranti alla carica”.

E prosegue: ”Nel 2017, Gary Cohn e Rob Porter, i suoi più stretti collaboratori del tempo, facevano a gara nel sottrargli gli ordini esecutivi più sconsiderati dalla scrivania: volatile come sempre, in pochi minuti lui li dimenticava, e Gary a fine giornata era solito dire: «Non conta ciò che abbiamo fatto per il Paese ma ciò che abbiamo impedito a Trump di fare». Poi si invecchia, si peggiora. E nel secondo mandato si scelgono solo yes man fedelissimi, nessun argine… La domanda, oggi più che mai, è attualissima dopo fiumi di meme demenziali diffusi nottetempo via Truth da un vegliardo insonne e rabbioso, rovesciamenti di posizione da un minuto all’altro, insulti dissennati, manie di persecuzione, dazi e ripicche. Mary, la nipote del Potus, sostiene che suo zio è un uomo amorale e dallo stato mentale compromesso. Ma magari sono ruggini di famiglia. Certo, un brivido ha attraversato la schiena dell’umanità quando a gennaio Trump ha scritto al primo ministro norvegese, ringhiando: «Considerato che il tuo Paese ha deciso di non assegnarmi il premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace». Chi siede al Resolute Desk?”.

Goffredo Buccini riflette sul rapporto tra la salute mentale del presidente degli Stati Uniti e l’esercizio del potere, sostenendo che, in un sistema dove il capo della Casa Bianca concentra un’enorme autorità, le condizioni psicofisiche del presidente rappresentano una questione di interesse pubblico e di sicurezza nazionale.

L’autore parte da alcuni precedenti storici. Ricorda il caso di Woodrow Wilson, il cui grave deterioramento fisico e mentale dopo l’influenza spagnola e un ictus venne nascosto, lasciando di fatto il governo nelle mani della moglie Edith e dei collaboratori. Richiama poi il recente caso di Joe Biden, sostenendo che il suo declino cognitivo sarebbe stato occultato per lungo tempo dalla famiglia e dal medico personale, contribuendo indirettamente al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

Buccini osserva che negli Stati Uniti il presidente esercita un potere assimilabile a quello di un “imperatore temporaneo”, richiamando il concetto di “presidenza imperiale” elaborato dallo storico Arthur Schlesinger Jr. Da qui il riferimento simbolico a Caligola, figura di un sovrano imprevedibile e dispotico, che dà il titolo all’articolo.

L’autore ricostruisce anche la nascita della Goldwater Rule, la norma etica che impedisce agli psichiatri di formulare diagnosi pubbliche su personalità politiche mai visitate personalmente. Secondo Buccini, questa regola ha finito per limitare il dibattito sia sullo stato di salute di Biden sia su quello di Trump.

Per mostrare che il problema non riguarda solo l’attuale presidente, Buccini ricorda altri esempi:

  • Richard Nixon, descritto come profondamente paranoico e ossessionato dai nemici;
  • Ronald Reagan, il cui declino cognitivo sarebbe stato percepibile già durante la presidenza, prima della diagnosi ufficiale di Alzheimer.

L’articolo si concentra quindi su Donald Trump, sostenendo che il suo comportamento recente alimenti interrogativi sulla sua lucidità. Buccini cita:

  • continui cambi di posizione;
  • insulti e reazioni impulsive;
  • meme e messaggi notturni pubblicati sui social;
  • manie persecutorie;
  • decisioni improvvise su dazi e politica estera.

Pur ricordando il parere dello psichiatra Allen Frances, secondo cui Trump non può essere definito clinicamente malato solo perché narcisista e che il problema resta innanzitutto politico, Buccini ritiene che il suo comportamento costituisca comunque un fattore di grave rischio.

Un elemento centrale dell’analisi riguarda il secondo mandato di Trump. Se nel primo mandato collaboratori come Gary Cohn e Rob Porter riuscivano spesso a bloccare o ritardare decisioni considerate avventate, oggi – sostiene Buccini – il presidente si è circondato esclusivamente di fedelissimi (yes men), eliminando quei contrappesi interni che in passato limitavano gli impulsi più estremi.

La conclusione è fortemente critica: l’autore vede in Trump un presidente sempre più imprevedibile e isolato, la cui età, il comportamento e l’assenza di collaboratori disposti a contraddirlo rendono ancora più urgente interrogarsi sulla capacità di chi occupa la Casa Bianca di esercitare con equilibrio un potere dalle conseguenze globali.

16 luglio 2026