Ian Bremmer ha pubblicato sul Corriere della Sera un’analisi sulla situazione geo-politica mondiale. con particolare riferimento ai rapporti degli Stati Uniti dell’era Trump con la Cina a guida Xi Jinping.
Scrive Bremmer: ”È sotto gli occhi di tutti come Vladimir Putin e Donald Trump abbiano scatenato guerre contro oppositori nettamente inferiori per poi incassare dolorose sorprese, e di conseguenza il leader cinese ha evitato in tutti i modi di esporsi a rischi inutili, preferendo indirizzare il suo Paese verso stabilità e rafforzamento sul lungo periodo. Negli ultimi anni, si è fatta notare la cautela di Xi Jinping nelle sue reazioni sia alla pandemia da Covid sia alle debolezze economiche strutturali della Cina. Si è vista inoltre la sua riluttanza ad appoggiare direttamente la Russia nella guerra in Ucraina, e persino nel riconoscere le rivendicazioni territoriali di Putin. Oggi Xi si rifiuta di criticare la campagna di bombardamenti di Trump in Iran, mantenendo sempre valido l’invito rivolto al presidente americano di recarsi a Pechino”.
Perché le guerre attuali favoriscono Pechino
L’analisi di Ian Bremmer (politologo americano noto soprattutto per le sue analisi geopolitiche sviluppate attraverso Eurasia, il centro di ricerche sui rischi internazionali – politici, militari, economici, energetici, ambientali – da lui fondato nel 1998 e del quale è tuttora il capo) ribalta la tesi secondo cui l’instabilità in Medio Oriente danneggerebbe la Cina (primo importatore di petrolio). Al contrario, Pechino sta dimostrando una resilienza superiore ai vicini, trasformando le crisi altrui in opportunità strategiche.
1. La strategia della cautela di Xi Jinping
Mentre Putin e Trump si sono impantanati in conflitti contro avversari teoricamente inferiori, Xi Jinping ha scelto la stabilità di lungo periodo. Il leader cinese:
- Evita rischi militari inutili, conscio che l’esercito cinese non combatte una guerra vera da 47 anni.
- Mantiene una posizione di neutralità pragmatica: non critica i bombardamenti americani in Iran e non appoggia apertamente la Russia in Ucraina.
- Continua a epurare i vertici militari (come l’ultimo ministro del Politburo) per correggere inefficienze interne prima di tentare imprese ambiziose.
2. Indipendenza energetica e vantaggi economici
Nonostante i conflitti nello Stretto di Hormuz, la Cina è meno vulnerabile rispetto al passato grazie a:
- Riserve e diversificazione: Grandi scorte di petrolio, produzione interna di gas e importazioni via terra dalla Russia.
- Accelerazione Green: L’instabilità dei fossili spinge il mondo verso le tecnologie elettriche e rinnovabili, settori in cui la Cina detiene la leadership globale.
- Competitività: i costi di produzione cinesi restano più contenuti rispetto ai concorrenti, avvantaggiando l’export.
3. L’indebolimento degli Stati Uniti
Il conflitto in Iran logora Washington su due fronti:
- Militare: le scorte americane di missili e intercettori sono ai minimi. Paradossalmente, gli USA dipendono proprio dai minerali cinesi per produrre nuove armi, un collo di bottiglia che richiederà anni per essere risolto.
- Reputazionale: gli USA appaiono partner meno affidabili, lasciando alla Cina lo spazio per porsi come mediatore neutrale e futuro attore chiave nella ricostruzione mediorientale.
4. L’effetto su Taiwan e il futuro
Contrariamente alle paure occidentali, Bremmer sostiene che l’impegno americano altrove non spingerà Xi a invadere Taiwan a breve. Pechino preferisce:
- Osservare e imparare: studiare le tattiche americane, l’uso dell’IA in guerra e i nuovi armamenti senza rischiare i propri uomini.
- Espansione commerciale: Consolidare i mercati in Medio Oriente (tecnologia cloud, smart cities, infrastrutture).
In conclusione: La Cina è attualmente l’unico vero vincitore geopolitico. Tuttavia, la sua fortuna ha un limite: se il conflitto dovesse estendersi troppo nel tempo, il rallentamento economico globale finirebbe per colpire anche l’export di Pechino, trasformando il vantaggio in una vulnerabilità.
10 aprile 2026





