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Si vota su un quesito specifico ma le conseguenze del risultato andranno oltre

Antonio Polito ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che, pur dovendo gli elettori votare nel merito del quesito referendario, le conseguenze politiche del risultato saranno inevitabilmente molto più ampie.

Premette Polito: «La Costituzione dice che si vota sulla proposta, non sui suoi proponenti), allora si vedrà che le conseguenze politiche possono essere molto rilevanti. La più ovvia riguarda il centrodestra. È perfino scontato segnalare che una vittoria del No rappresenterebbe il primo colpo assestato in questa legislatura all’aura di invincibilità di Giorgia Meloni. Finora l’opposizione si è sempre slogata la spalla, ogni volta che ha tentato la «spallata».

E continua: «Una parte politica che si dice sempre dalla parte del poliziotto non può essere sempre contro i pm (il pasticcio creato con lo sfruttamento del caso Rogoredo la dice lunga). L’aspirazione garantista e liberale del Berlusconi di un tempo (autodifesa personale a parte) non si trapianta facilmente sulla tradizione statalista e autoritaria della destra. Così una certa freddezza di quegli elettori che pure la sosterrebbero ancora in un confronto con la sinistra, rischia di far perdere la partita a Giorgia Meloni».

  • Se vincesse il No, sarebbe il primo vero colpo politico all’immagine di invincibilità di Giorgia Meloni. Il governo non cadrebbe, ma l’esito rafforzerebbe chi, dentro e fuori la maggioranza, punta a indebolirla. Il referendum mette inoltre in luce una frattura interna al centrodestra: l’elettorato “legge e ordine” fatica a seguire una campagna impostata come scontro frontale con la magistratura, affidata al ministro Nordio. La tradizione statalista della destra, osserva Polito, mal si concilia con una postura sistematicamente anti-pm, e questo può deprimere la mobilitazione dei suoi elettori. Con il quorum non richiesto, il vero nodo diventa infatti l’affluenza.
  • Se vincesse il Sì, verrebbe invece messa in discussione una convinzione radicata: l’idea che la Costituzione “appartenga” alla sinistra. Polito ricorda che la sinistra ha finora esercitato un vero e proprio potere di veto sulle riforme costituzionali: sono passati solo i referendum che ha sostenuto (2001 e 2020), mentre sono stati bocciati quelli su cui si è schierata contro (2006 e 2016, quest’ultimo promosso da Matteo Renzi).

Questo “monopolio” si fonda, secondo l’autore, su una lettura storicamente scorretta: la Costituzione del 1948 fu un compromesso tra culture diverse, non un testo di parte. Anzi, alcune istituzioni oggi difese dalla sinistra (come la Corte costituzionale o l’indipendenza della magistratura) furono inizialmente guardate con sospetto dal Pci.

In conclusione, il referendum non decide solo una norma: in gioco c’è l’equilibrio politico futuro. Se il veto della sinistra reggerà ancora, ogni stagione di riforme resterà bloccata; se invece cadrà, la sinistra rischierà di perdere l’ultimo collante ideologico condiviso, quello del cosiddetto patriottismo costituzionale.

26 febbraio 2026